Vale sempre in Russia il diritto a tenere un blog?

Fino a dove può spingersi la sicurezza dello Stato prima di superare i limiti imposti dalla Costituzione? Dev’essere stata questa la domanda che i membri della Duma facenti parte della Commissione per gli Affari della Comunità degli Stati Indipendenti si saranno posti, imbarazzati, quando martedì scorso il presidente della Commissione ha annunciato la costituzione di uno speciale Consiglio “anti-Rivoluzioni colorate”. In un’intervista al quotidiano Kommersant, Leonid Slutskij, che presiede la commissione parlamentare della Camera Bassa russa, aveva rivelato i progetti di costituire un apposito organo consultivo di vigilanza e di studio sulle minacce per la sicurezza dei paesi aderenti alla Csi provenienti dalle Rivoluzioni colorate e dal loro principale strumento di diffusione: il web.

Ma il ruolo di internet non è stato così decisivo in Georgia, Ucraina e Kirghizistan a metà anni Duemila come lo è stato nei mesi scorsi in Russia: il chiaro riferimento al ruolo avuto da blog e social network nella combattutissima campagna elettorale per le presidenziali russe veniva evidenziato poche ore più tardi dalla stessa vice di Slutskij, Tatjana Moskalkova: in una dichiarazione alla RIA Novosti la deputata confermava che il bersaglio della Commissione sarebbero stati proprio Twitter & company, destinati a diventare, assieme ai blog, oggetto di studio per capire il loro ruolo nel coordinamento di manifestazioni di massa.

Pochi minuti, e arrivava la smentita. Nel più classico dei “Contrordine, compagni” di sovietica memoria, la stessa Moskalkova rilasciava una dichiarazione alla stampa in cui smentiva che iniziative di tal genere fossero mai state prese in considerazione: “Le attività contro le Rivoluzioni colorate non riguardano i legislatori”.

E’ molto probabile che alla base di questo improvviso cambio di passo ci sia la mano di Sergej Naryshkin, nuovo speaker della Duma e uomo vicino a Medvedev, che non gradirebbe veder operare, all’interno dell’Istituzione da lui presieduta, le cosiddette “commissioni contro”, ovvero strutture che antepongano il contrasto alla conciliazione. Per tale motivo avrebbe fatto sciogliere lo scorso mese la “Commissione contro la Falsificazione della Storia”  e avrebbe ora fermato sul nascere la costituzione di una commissione contro le Rivoluzioni colorate.

La Russia dimostra di avere ancora un rapporto contrastato con internet: mezzo di comunicazione prediletto dal presidente uscente Medvedev, blog e social network sono stati anche lo strumento da cui sono partite le denunce di brogli che hanno generato la piazza anti-Putin, che pure sognava una (improbabile) Rivoluzione colorata in Russia. E se con VKontakte e Futubra le software houses russe hanno lanciato una sfida commerciale a Facebook e Twitter, nel 2011 i servizi segreti del Fsb avevano cercato di mettere fuori legge i servizi voip di Msn, Gmail e Skype: per via dei loro algoritmi codificati che rendevano difficili le intercettazioni, erano stati giudicati una possibile fonte di pericolo per la sicurezza nazionale.

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