Kosovo, una secessione nella secessione?

Manifestazione di nazionalisti serbi

Proprio lo stesso mezzo utilizzato vent’anni fa per proclamare la propria indipendenza da Belgrado rischia di costare al Kosovo la perdita di una consistente parte dei suoi territori settentrionali, quelli abitati in maggioranza da popolazione di etnia serba: questo potrebbe essere il risultato del referendum proclamato dalle municipalità delle città di Zvecan, Kosovska Mitrovica and Zubin Potok per il 14 e il 15 febbraio prossimi, in cui i cittadini saranno chiamati a riconoscere o meno la legittimità delle istituzioni dell’autoproclamata Repubblica kosovara. Un referendum privo di effetti giuridici, ma carico di un significato politico che rischia di ingarbugliare ancora di più la matassa balcanica, con conseguenze negative innanzitutto sul processo di adesione all’Ue della Serbia.

Che il referendum (il cui esito è fin troppo scontato) abbia un valore politico dal forte sapore nazionalista lo dimostra il fatto che i promotori abbiano fissato la consultazione nel giorno in cui la Chiesa ortodossa celebra la Sretenije, ovvero la Presentazione di Gesù, una festività molto sentita dalla popolazione serba del Kosovo, per la quale è una sorta di celebrazione dell’identità nazionale.
Il governo serbo non l’ha presa bene: Belgrado è in allarme perchè interpreta questo referendum come un ostacolo sulla strada che porta all’Ue, un obiettivo fondamentale per il futuro del paese e che il presidente Boris Tadic vuole raggiungere entro la seconda metà del decennio.

Il ministro serbo per il Kosovo, Goran Bogdanovic, ha subito bollato il referendum come “inutile”, capace solo di complicare ulteriormente la già difficile situazione nel Kosovo settentrionale. Ancora più duro Tadic, che da anni cerca di bilanciare le istanze del suo Paese (che non ha mai riconosciuto l’indipendenza kosovara) con le richieste di Bruxelles di porre fine alla questione kosovara con un riconoscimento formale, che di fatto automaticamente aprirebbe la porta dell’Europa alla Serbia.
Il presidente serbo ha fortemente criticato le municipalità serbo-kosovare per aver indetto un referendum illegittimo che, oltre ad andare contro la Costituzione, finirà solo per aggravare la situazione in loco: “Il referendum metterà a rischio la sicurezza della stessa popolazione serba del Kosovo – ha commentato preoccupato Tadic la scorsa settimana in conferenza stampa – e finirà per provocare reazioni negative verso la Serbia da parte della comunità internazionale”.

Parole dure, per un rischio reale. Tadic è ben conscio dell’aut aut che l’Ue ha posto alla Serbia sul Kosovo, tanto che nel settembre 2010 aveva anche imposto una svolta moderata alla politica del suo paese verso la provincia ribelle, indipendente dal 2008 ma riconosciuta solo da 85 nazioni su 193 membri Onu. La possibilità di barattare l’ingresso in Europa con il riconoscimento del Kosovo come repubblica indipendente è un fattore che Tadic ha preso in considerazione, tuttavia a Belgrado i partiti nazionalisti gli hanno dichiarato guerra, avversando in pieno questa sua politica di moderazione:  la perdita del Kosovo, che per i serbi rappresenta la culla della loro cultura (la regione è infatti ricca di antichi monasteri ortodossi) è qualcosa di inaccettabile per l’estrema destra serba.

Il Kosovo sembra una maledizione per l’ex Jugoslavia, il cui collasso iniziò proprio lì alla fine degli anni Ottanta. Le stesse tensioni di allora sono rimaste tali per vent’anni, sopravvissute alla guerra civile, alla pulizia etnica, ad una missione di pace Onu e ad una proclamazione d’indipendenza. Una terra, due popoli: quello albanese, ormai maggioritario, che non si è mai riconoscito nella Serbia, dall’altra quello serbo, divenuto minoranza, che ritiene il Kosovo cuore dell’identità nazione serba e che non vuol diventare straniero in patria.