Dalle elezioni tre messaggi per il candidato Putin

Vladimir Putin

Il tonfo inatteso di Russia Unita sembra essere stata la vera sorpresa delle elezioni parlamentari russe. Ci si aspettava certo che il partito di Putin e Medvedev non raggiungesse il 64,3% di quattro anni fa, ma nessuno avrebbe potuto immaginare un calo di quasi quindici punti percentuali. E invece è accaduto che solo metà dei russi ha votato per il partito che domina da anni la scena politica nazionale: un dato che a latitudini occidentali significherebbe trionfo, ma che nei palazzi moscoviti ha il sapore di una secca bocciatura dell’operato del governo. E il primo a essersene reso conto è proprio Vladimir Putin, che quel governo l’ha guidato per quattro anni: l’espressione terrea con cui si è presentato domenica in sala stampa, subito dopo la diffusione degli exit-poll, era molto più veritiera di quella con cui successivamente ha definito “un successo” il 49,5% dei voti ottenuti.

Putin non è credibile quando si mostra tranquillo per il risultato del 4 dicembre, che non può certo fargli dormire sonni tranquilli visto che fra tre mesi i russi torneranno alle urne per quello che sarà un vero e proprio referendum su di lui. Certo non finirà come il referendum che costò a De Gaulle la presidenza francese nel 1969, ma se dalle elezioni presidenziali del 4 marzo lo zar non otterrà una percentuale plebiscitaria, ne uscirà molto indebolito. A a quel punto il suo futuro politico, anche in virtù della batosta alla Duma, sarebbe segnato.

E’ fuori di dubbio che l’ex presidente ed attuale premier russo sia un uomo con un’alta dose di cinismo derivante da grande intelligenza politica. Per questo motivo, non possono essergli sfuggiti tre messaggi che gli elettori gli hanno mandato, togliendo voti a Russia Unita e consegnandoli ad altrettanti tre partiti eletti alla Duma. Tre aspetti, collegati ad ognuno di questi partiti, che nel suo ruolo di futuro presidente in pectore non può permettersi di ignorare.

Il primo, che può essere collegato al +8% ottenuto dai comunisti, riguarda il divario sociale ancora forte in Russia. Da quando Putin è apparso sulla scena politica russa, la ricchezza del Paese in dieci anni è aumentata molto, ma non è stata equamente distribuita: sebbene la qualità della vita del ceto medio sia cresciuta e sia destinata a migliorare ulteriormente nel prossimo decennio, esistono ancora ampie fasce della popolazione russa che da questo boom sono state escluse. La Russia a fa parte del Gruppo dei BRICS, eppure, a differenza da Brasile e India che da anni portano avanti politiche di sviluppo rivolte ai ceti più poveri, Mosca è in ritardo rispetto a Brasilia e New Dehli sull’implementazione di una politica dell’inclusione e delle pari opportunità.

Il secondo aspetto va collegato al +5% ottenuto da Russia Giusta, e riguarda la diffusione della corruzione nella politica e nella società russa. A questo proposito, per il partito dell’ex speaker del Consiglio della Federazione Sergej Mironov si è trattato di una vera e propria rivincita contro Russia Unita. Proprio Mironov, la scorsa estate, aveva dovuto rassegnare le dimissioni per aver duramente accusato Valentina Matvienko, allora potente governatrice di San Pietroburgo e fedelissima di Putin, di proteggere i giri di corruzione nell’ex capitale degli Zar: una denuncia che oltre a fargli perdere lo scranno più alto del senato russo, gli era costata anche l’umiliazione di vedersi sostituito dalla stessa Matvienko. Mironov ha però saputo far di necessità virtù, presentando il suo partito come il volto pulito della politica russa. Una scelta vincente, che di fatto punisce l’arroganza di Russia Unita e che inevitabilmente dovrà portare il partito di Medvedev e Putin ad interrogarsi sulle troppe “mele marce” al suo interno, che hanno usato il potere esclusivamente per i propri fini.

Infine il terzo aspetto: le tensioni razziali, legate al quasi 4% in più ottenuto dai nazionalisti di Zhirinovskij, sono uno degli effetti più pericolosi dell’esclusione sociale derivante dallo sviluppo senza equilibrio. Le aggressioni ai danni degli immigrati provenienti dal Caucaso e dall’Asia Centrale (ma anche ai  cittadini russi non di etnia slava) sono state numerose nell’ultimo anno, come sempre più frequenti sono le manifestazioni anti-stranieri promosse da Zhirinovskij e simili. La salvaguardia della convivenza tra le varie etnie è forse l’aspetto che il governo Putin ha curato di meno in questi anni, sottovalutando in maniera grave i problemi di vivibilità nelle enormi banlieu ex industriali delle città russe. Ma quello che è un fenomeno prettamente sociale rischia di diventare politico: proprio sull’esplosione dei nazionalismi, gli stessi che poi portarono allo sfaldamento dell’Urss, uno Stato multietnico come la Federazione non può permettersi di commettere gli stessi errori di valutazione dell’epoca sovietica.

Ma sbaglia chi pensa che il successo elettorale di queste formazioni politiche non preluda a un ribaltone nella più alta sfere del potere russo. Francamente, è impensabile che a marzo i russi manderanno al Cremlino Zjuganov o Zhirinovskij o Mironov, e al momento il vantaggio per Putin è proprio quello di non avere avversari in grado di togliergli ben più del 15% che ha perso alle ultime elezioni. Ma se Vladimir Vladimirovic si ostinerà a non recepire le indicazioni che sono uscite dalle urne domenica scorsa, e non imposterà la sua prossima presidenza nell’ottica delle riforme necessarie ad ammodernare la Russia, la sua parabola politica inizierà la fase discendente. E per le presidenziali del 2018 Medvedev è già dietro l’angolo.

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