Tra Mosca, Minsk e Astana nasce l’Unione Euroasiatica

Nazarbaev, Medvedev e Lukashenko

Mentre l’Unione Europea sta vivendo il momento più difficile dalla sua costituzione, al di là dei suoi confini orientali la Russia, la Bielorussia e il Kazakhstan hanno dato vita all’Unione Economica Euroasiatica, un’area economica di libero scambio che, nelle intenzioni di Medvedev e soprattutto di Putin, dovrebbe allargarsi nel prossimo futuro a quasi tutti i paesi dell’Asia Centrale ex sovietica: l’obiettivo è costituire una sorta di Schengen euroasiatica in grado di rafforzare le varie economie dinanzi all’avanzare della crisi finanziaria globale, attraverso una più libera circolazione di beni, servizi e capitali, forse anche con una moneta unica.

Non si tratterà però di una clonazione della Comunità Economica Europea, su questo Medvedev non sembra aver dubbi: “Nel nostro processo d’integrazione non ripeteremo gli stessi errori commessi degli Europei, perchè noi sappiamo con chi andiamo ad unirci. Tre nazioni con una storia comune (l’Urss, ndr) oggi formano un’unica economia. Non partiamo da punti lontani, ma da posizioni simili”. Frasi che qualcuno ha interpretato come una volontà di Mosca di dare alla neonata Unione una fisionomia simile alla defunta Urss, che consentirebbe al Cremlino di ampliare la propria supremazia nello spazio ex sovietico.

In realtà, più che ricostituire la non più ricostituibile Unione Sovietica, la futura Unione Economica Euroasiatica dovrebbe realizzare uno spazio economico-politico comune, progetto incompiuto da quella Comunità degli Stati Indipendenti che venne costituita nel 1992 sulle ceneri sovietiche, più per riempire un pericoloso vuoto geopolitico che per una mera volontà di cooperazione degli Stati membri. E curiosamente, tra i “padri” della Csi c’era Nursultan Nazarbaev, presidente del Kazakhstan, che con Medvedev e Aleksandr Lukashenko è tra i firmatari dell’intesa che ha dato vita all’UEE.

E con questa logica del “simili ma diversi” dall’Europa, Mosca vorrebbe convincere l’Ucraina ad abbandonare il processo d’integrazione con l’Ue e portarla ad aderire alla nuova Unione Euroasiatica, rispolverando un piano approvato dal parlamento di Kiev nel 2004, che stilava una roadmap finalizzata a istituire un’unione economica con Mosca. Ma è anche chiaro come una decisione di tal genere necessiti di un minuzioso lavoro diplomatico, visto che potrebbe avere un effetto devastante in un’Ucraina già spaccata in due tra filoeuropei e filorussi.

Oltre che per beni, servizi e moneta, il nuovo spazio economico eurasiatico comporterà la costituzione di un mercato comune anche per le risorse umane. E se, come è prevedibile, in un prossimo futuro Kirghizistan, Turkmenistan, Uzbekistan e Tagikistan entreranno a far parte della UEE, proprio questa maggior facilità nella mobilità del lavoro sarà destinata ad avere contraccolpi sociali soprattutto in Russia, dove il governo è alle prese con la difficile gestione di un consistente fenomeno migratorio dall’Asia Centrale.
Nelle grandi città, già meta di immigrazione dal Caucaso russo, sono sbarcati negli ultimi anni migliaia di tagiki, di turkmeni, di uzbeki e di kirghisi: uomini e donne che svolgono lavori di bassa manovalanza o che vivono di piccolo commercio ambulante, la cui presenza nelle enormi periferie di Mosca e di San Pietroburgo sta creando tensioni con i residenti russi, più volte sono sfociate in violenze razziali perpetrate da gruppi legati a movimenti nazionalisti di estrema destra.

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