Russia-Nato, nuove tensioni sull’Ossezia del Sud

Tank russi in Georgia

Agosto 2008: tank russi entrano in Georgia

Dalle urne ossete non è ancora uscito il nome del primo presidente della Repubblica eletto dopo l’autoproclamazione dell’indipendenza dalla Georgia nel 2008: nessuno degli undici candidati ha infatti raggiunto il 50 per cento più uno dei consensi, e quindi l’Ossezia del Sud dovrà aspettare il 27 novembre prossimo per sapere chi, tra l’attuale ministro delle Emergenze Bibilov e l’ex ministro dell’Istruzione Dzhioeva, diventerà nuovo Capo dello Stato. Sono loro infatti i due candidati che arrivano al ballottaggio, avendo ottenuto rispettivamente il 25,4 e il 25,3 per cento dei voti, e da una posizione pressochè pari si sfideranno tra due settimane.

Ma questo dato è passato già in secondo piano dopo che la Nato, poi seguita dall’Unione Europea, dall’Osce e dagli Usa, non ha riconosciuto queste elezioni come legittime: il motivo, spiegato dal Segretario Generale dell’Alleanza Atlantica Fog Rasmussen (e ribadito in serata dal Dipartimento di Stato americano), è dovuto al fatto che la Comunità internazionale non riconosce l’Ossezia del Sud come Stato sovrano (ad oggi infatti solo Venezuela, Nicaragua e Nahru, oltre alla Russia, hanno relazioni diplomatiche con la repubblica caucasica). “Rispettiamo l’unità territoriale della Georgia, di cui l’Ossezia del Sud è parte” si legge in una dichiarazione di Rasmussen, che giusto venerdì scorso aveva definito l’ingresso della Georgia nella Nato “molto più vicino che in passato”.

Frasi che hanno creato tensione con Mosca: “Non ci importa di cosa pensano” è stata la secca risposta dell’ambasciatore russo presso l’Alleanza Dmitrij Rogozin. “Stiamo parlando di un argomento che è al di fuori dei meri scopi della Nato, che non è un’organizzazione umanitaria e non ha osservatori in loco” ha chiosato il diplomatico russo.

Ma la piccola Ossezia del Sud, repubblica filorussa in territorio georgiano, è un pomo della discordia tra la Georgia e la Russia da tre anni a questa parte, ovvero da quando nell’agosto 2008 un blitz militare georgiano cercò di abbattere il governo indipendentista osseto, provocando morti e feriti tra truppe di peacekeeping inviate da Mosca. Tale atto di guerra provocò l’immediata reazione della Russia, che inviò in Ossezia, come nella vicina Abkhazia, diversi battaglioni corazzati, i quali, dopo aver scacciato l’esercito georgiano dalle due repubbliche, iniziarono a puntare diritti verso la capitale georgiana Tbilisi con l’obiettivo di defenestrare colui che aveva ordinato l’attacco contro l’Ossezia, ovvero il presidente filo-Usa Mikeil Saakhasvili, che da quando era arrivato al potere nel 2003 aveva intrapreso una decisa politica in chiave anti-russa.

Solo l’intervento della diplomazia internazionale riuscì a fermare il conflitto prima dell’escalation, ma le ferite di quel mese di guerra non si sono mai rimarginate: da un lato la Russia è fermamente schierata a difesa dell’indipendenza dell’Abkhazia e dell’Ossezia del Sud (per la quale, in realtà, progetta una futura unificazione con l’Ossezia del Nord, in territorio russo), dall’altro la Georgia rivendica la propria sovranità sulle due repubbliche, che considera parte integrante del suo territorio.
In mezzo una comunità internazionale in posizione ambigua: sebbene un’indagine del 2010 condotta dall’Ue abbia dimostrato le colpe del governo di Tbilisi nello scoppio della crisi, l’Unione Europea, gli Usa e la Nato si sono sempre mostrati molto accondiscendenti verso Saakhasvili (anche se pare che Bush non gli abbia perdonato l’avventurismo con cui andò a provocare i russi, mentre Obama mantiene con lui rapporti molto freddi), tanto da non riconoscere mai l’indipendenza delle due repubbliche caucasiche. Tutto ciò nonostante le forti similitudini con il Kosovo, per il quale invece il riconoscimento dell’indipendenza dalla Serbia è giunto repentinamente da parte di quasi tutti i membri dell’Ue e della Nato.

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