Kennedy sapeva della costruzione del Muro?

John Fitzgerald Kennedy

Di John Fitzgerald Kennedy si può dire di tutto, meno che fosse un politico sprovveduto. Tutt’altro. Dietro l’immagine di un presidente idealista e romantico si cela in realtà quella di un uomo estremamente pragmatico: un volto nascosto di JFK che contrasta parecchio con l’icona libertaria degli Anni Sessanta, ben esplicitata dal mito della nuova frontiera. Esattamente cinquant’anni fa, mentre il Muro di Berlino prendeva forma mattone su mattone, la realpolitik di Kennedy toccava la sua apoteosi. Berlino è infatti il punto più alto della politica double face di JFK. Perchè se durante la sua visita a Berlino della primavera 1963 il Kennedy-presidente si scagliò pubblicamente contro il Muro con il suo celeberrimo grido “Ich bin ein Berliner” (“io sono un berlinese”), il Kennedy-politico un anno e mezzo prima aveva accolto positivamente la sua costruzione per mano comunista, ovviamente guardandosi bene dall’esternare in pubblico quelle che erano convinzioni non solo sue, ma dell’intera sua amministrazione.

Per un cinico discorso di realpolitik, gli Usa erano pronti a sacrificare Berlino Est sull’altare della distensione, se ciò fosse servito ad allontanare il rischio concreto della Terza Guerra Mondiale. Kennedy sapeva benissimo che fin quando lo status di Berlino non fosse stato in qualche modo definito, la possibilità di uno scontro tra i due blocchi sarebbe stato sempre dietro l’angolo, con conseguenze catastrofiche per la civiltà umana.

Oggi che vengono celebrati i cinquant’anni dalla materializzazione della cortina di ferro paventata da Churchill, credo sia opportuno ricostruire gli eventi che culminarono nella notte tra il 13 e il 14 agosto 1961 con la nascita del Muro. Con una faciloneria esagerata, molti media hanno già iniziato a spiegare tutto con una logica da film western: di qua c’erano i buoni, di là i cattivi. Logiche che andavano bene quando appunto quando il Muro si alzava inquietante nel cuore di Berlino. Ma la Guerra Fredda, con il suo approccio del “noi contro loro”, è finita nell’istante stesso in cui il primo colpo di piccone si è scagliato contro il Muro. La ricostruzione che segue esamina gli eventi soprattutto dal punto di vista diplomatico, ovvero l’enorme flusso di comunicazioni, secretate e riservate, che in quell’agosto di mezzo secolo fa viaggiarono tra Washington e Mosca e che ebbero un unico fine: evitare lo scoppio della Terza Guerra mondiale.

Kennedy e Krusciov a Vienna nel giugno 1961

Già, perchè ciò che va riconosciuto a Kennedy e all’allora leader sovietico Krusciov è l’enorme sforzo compiuto per far calare la (sempre alta) tensione tra la Germania Ovest di Konrad Adenauer e la Germania Est di Walter Ulbricht. Entrambi, uno democristiano e fieramente atlantista, l’altro stalinista e contrario al disgelo kruscioviano, con loro intransigenza rappresentavano un ostacolo al clima di distensione che la Casa Bianca e il Cremlino cercavano di instaurare in Europa nei primi anni Sessanta.

A dispetto del profilo dei protagonisti di questa pagina di storia, la costruzione del Muro di Berlino non ha però radici ideologiche, bensì economiche. Fin dalla sua nascita, la Repubblica Democratica Tedesca aveva dovuto fare i conti con un costante flusso dell’emigrazione verso la Repubblica Federale Tedesca, attraverso Berlino, che sebbene formalmente divisa in due aree d’occupazione, rimaneva praticamente un unico agglomerato urbano: per chi voleva passare dall’Est all’Ovest bastava paradossalmente prendere la metropolitana! Se nella prima metà degli Anni Cinquanta questo flusso era notevole ma comunque controllabile, nella seconda parte del decennio la crisi demografica dovuta alle fughe nella Germania Ovest aveva iniziato a farsi sentire anche sull’industria tedesco-orientale, poichè la perdita costante della manodopera specializzata cominciava ad avere ripercussioni sullo stesso sistema produttivo della DDR, che, vale ricordarlo, già da allora rappresentava il punto d’eccellenza dell’intero blocco socialista.

Per questo motivo, all’inizio del 1961, Ulbricht aveva ripreso a fare pressioni su Krusciov affinchè venisse trovata una soluzione definitiva per lo status di Berlino. Soluzione che per il leader tedesco-orientale aveva due sole alternative: o occupare Berlino Ovest oppure isolare il lato occidentale dell’ex capitale dal resto della Germania Orientale. Scartata subito la prima ipotesi, Krusciov non era convinto nemmeno della seconda: se la DDR avesse isolato Berlino Ovest, come avrebbero reagito gli Usa? La strada era percorribile, ma bisognava sapere bene come si sarebbe comportato Kennedy: perciò, con un abile gioco di spie, il Kgb iniziò volutamente a far trapelare la notizia di una imminente chiusura dei varchi occidentali a Berlino Est, nella speranza che arrivasse ad orecchie americane. Prima di agire, Mosca aveva bisogno di una sorta di placet Usa: la distensione non doveva interrompersi a Berlino.

Quando la Cia riferì al presidente americano a proposito delle informazioni

Konrad Adenauer

ricevute a Berlino, JFK si trovò nella situazione di dover – da un lato – far capire ai sovietici che aveva capito che qualcosa bolliva in pentola e – dall’altro – di tranquillizzare Bonn, che già era in allarme per una possile azione militare contro Berlino Ovest. Occorreva innanzitutto togliere ogni dubbio ad Adenauer circa la fedeltà dell’alleato d’Oltreatlantico e contemporaneamente escogitare la mossa giusta in risposta all’apertura sovietica: in palio c’era la salvaguardia della distensione.
Il 25 luglio 1961 Kennedy rilasciò una dichiarazione, in cui minacciava l’Urss e la DDR di una rappresaglia militare se avessero “attaccato Berlino Ovest ed il territorio della Repubblica Federale Tedesca”: una frase che suscitò il plauso di Adenauer e che innalzò JFK sugli altari dei paladini della libertà dalla minaccia del comunismo. Mai interpretazione fu più errata: in quelle poche parole, il presidente aveva lanciato ai sovietici un messaggio che aveva ben altro significato: a Berlino Est potete fare ciò che vi pare, l’importante è che lasciate in pace la nostra zona d’influenza. Il primo mattone del Muro fu posto, metaforicamente, allora.

Kennedy sapeva dunque dell’imminente costruzione del Muro, che avrebbe addirittura avallato? L’ipotesi è molto forte. Analizzando attentamente tutte le dichiarazioni su Berlino rilasciate dallo staff presidenziale in quei caldi giorni dell’estate 1961, il dubbio di una sorta di complicità americana rimane. La prima, e forse più clamorosa, risale alla fine di luglio, per bocca di William Fulbright, presidente della commissione Esteri del Senato americano e vera eminenza grigia della diplomazia kennediana. Intervistato dalla Nbc a proposito della recente dichiarazione di Kennedy, il senatore Fulbright si chiese come mai, ad oltre dieci anni dalla nascita della DDR, i sovietici non avessero ancora chiuso i varchi tra le due zone della città: “Non violerebbero alcun trattato, poichè la Germania Est avrebbe pieno diritto di esercitare una scelta sovrana su Berlino Est”. Kennedy pochi giorni prima aveva parlato di una rappresaglia in caso di attacco a Berlino Ovest e ora un suo fido collaboratore rioconosceva i diritti vantati dalla DDR su Berlino Est: nei meandri del linguaggio diplomatico, gli americani sembravano voler fissare i paletti entro i quali l’operazione doveva svolgersi. Una coincidenza? Difficile ipotizzarlo, anche perchè dagli archivi del Pcus è emerso che la decisione definitiva di costruire il Muro di Berlino fu presa da Krusciov il 5 agosto 1961, pochi giorni dopo l’exploit televisivo di Fulbright.

E’ probabile che il leader comunista, fino ad allora molto titubante su una possibile divisione dell’ex capitale del Reich, avesse deciso di sciogliere le sue riserve proprio grazie alle dichiarazioni, per i sovietici rassicuranti, di Kennedy prima e di Fulbright poi: lo confermerebbero anche alcuni documenti riservati scoperti negli anni Novanta a Mosca, secondo cui Krusciov impose a Ulbricht “di non sconfinare neanche di un millimetro ad Ovest” con i lavori, quasi a venire incontro alle concessioni americane. Su un fattore però Ulbricht non volle transigere: i lavori per la costruzione del Muro di Berlino dovevano iniziare necessariamente nel successivo weekend di metà agosto. Quando Krusciov gli chiese perchè avesse scelto proprio quella data, il leader tedesco-orientale rispose che l’azione doveva svolgersi “quando i leader occidentali sono in vacanza”.

I lavori per la costruzione del Muro

Nell’anno di grazia 1961, il 13 agosto cadde di domenica. Nonostante fosse consapevole che a Berlino Est fosse in atto un anomalo movimento di truppe, Kennedy aveva deciso di lasciare comunque Washington per il weekend. Ma a sorpresa, non si recò a Camp David, di fatto una sorta di appendice della Casa Bianca, bensì optò per una battuta di pesca al largo: una scelta apparentemente fuori logica, poichè, in una situazione d’emergenza, ciò avrebbe comportato un’ovvia lentezza nelle comunicazioni tra il presidente ed il suo staff.

L’illogicità di questa scelta è solo “apparente”, poichè è altamente probabile che JFK si sia allontanato volutamente da Washington in quanto sapeva da fonti dell’intelligence cosa sarebbe accaduto quel giorno. Anche riguardo a questo episodio, sembra lampante un dietro-le-quinte che vede protagonisti la CIA, il KGB e i servizi tedesco-orientali della Stasi. Quando Ulbricht impose a Krusciov la data del 13 agosto, il leader della DDR era a conoscenza del fatto che Kennedy quel giorno non sarebbe stato alla Casa Bianca: resta solo da capire se furono abili gli agenti della Stasi infiltrati a Washington a scoprire la  notizia, o quelli della CIA a farla scoprire di proposito. Questa seconda ipotesi è più probabile: l’obiettivo degli Usa potrebbe essere stato proprio quello di farsi trovare dinanzi al fatto compiuto, così da limitarsi a protestare ufficialmente e niente più.

Ma perchè Kennedy si mostrò così accondiscendente verso la volontà sovietica di chiudere i varchi tra le due Berlino? In un suo libro di memorie, Fulbright rivelò che, nei giorni immediatamente successivi al 13 agosto 1961, Kennedy definì il Muro “una soluzione per la questione Berlino: non la migliore, ma comunque una soluzione”.

In questa frase c’è tutta la realpolitik del presidente americano: dal 1945 Usa e Urss non riuscivano ad accordarsi sullo status dell’ex capitale tedesca (unita in un’enclave territoriale della RFT oppure definitivamente inglobata nella DDR) , ed ogni fallita trattativa spingeva teoricamente i due blocchi verso uno scontro armato. L’unica alternativa ad un’invasione sovietica di Berlino Ovest e alla conseguente reazione americana era rappresentata da un isolamento di Berlino Est attuato per mano sovietica. Ecco perchè, quando il presidente americano venne a conoscenza del possibile roll back sovietico in Germania, scelse di incoraggiare questa decisione di Mosca nei modi che abbiamo visto. Il prezzo per la salvaguardia della pace aveva la forma di Berlino Est, per la quale gli Usa comunque non avrebbero mai fatto la guerra ai sovietici: nei piani segreti approntati dalla CIA in quel periodo, nel caso di un precipitare della crisi tedesca, si parla solo di piani di rappresaglia ad un attacco russo a Berlino Ovest. Per la Casa Bianca valeva la logica del senatore Fulbright: qualsiasi evento fosse accaduto a Berlino Est era una questione interna della DDR.

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