Da Oslo a Tallin: lo spettro nero che infesta l’Europa

Un raduno di veterani della Divisione estone delle SS si è tenuto ieri in Estonia, con tanto di autorizzazione delle autorità e partecipazione di alcuni alti dirigenti dell’Unione della Patria, partito conservatore attualmente al potere: un’iniziativa che ha provocato sdegno e proteste nella repubblica baltica e non solo, soprattutto perchè arriva al termine di una settimana in cui l’Europa, dopo la strage di Oslo del 22 luglio, ha improvvisamente scoperto l’esistenza di un cancro nazista nel proprio ventre. Gruppi di attivisti antifascisti, che cercavano di impedire lo svolgimento della manifestazione, hanno denunciato di essere stati malmenati dalla polizia schierata in difesa degli ex soldati di Hitler.
Johan Backman, attivista per i diritti umani e leader del Comitato Antifascista Finlandese, ha rivelato alla Tv russa RT di aver ricevuto espresso divieto di entrare in Estonia per manifestare contro il raduno, nonostante sia Helsinki che Tallin siano membri Ue ed abbiano aderito al trattato di Schengen: “E’ una chiara dimostrazione che il governo di Tallin sta proteggendo i nazisti”, ha commentato Backman.

Il contestatissimo raduno si è tenuto nella cittadina di Sinemae, dove, in un ininterrotto sventolio di bandiere con svastiche e simboli del Terzo Reich, ogni anno vengono celebrati gli 80mila estoni membri della 20ma Divisione Granatieri delle SS, che nel 1944 combatterono contro l’avanzata dell’Armata Rossa da est, dopo che i sovietici avevano liberato Leningrado (l’odierna San Pietroburgo) dall’assedio nazista e dato vita alla controffensiva che li avrebbe portati a Berlino nell’aprile del 1945.

Le simpatie naziste nell’Estonia post-sovietica non sono una novità: qui vengono considerati eroi nazionali tutti quelli che hanno combattuto per l’indipendenza del paese (annesso dall’Urss nel 1940), con particolare attenzione e rispetto per quelli che dopo l’invasione delle truppe hitleriane del 1941 non esitarono a schierarsi al fianco dei tedeschi “liberatori” contro i russi “invasori”. E solo di “raduno di reduci” parla il premier estone Andrus Ansip, alla guida di un esecutivo di centrodestra dal 2007, che sottolinea come l’evento di Sinimae nulla abbia a che fare con l’ideologia nazista e che si tratta solo di una celebrazione in onore di chi prese le armi in difesa del proprio paese. Ma le parole di Ansip, come quelle di tutti coloro che in Europa si ostinano a sminuire episodi come questo, non convincono più.

Lascia francamente sbigottiti il fatto che in un paese dove sventola la bandiera europea, e pertanto dovrebbe aver sposato i principi democratici su cui si fonda l’Ue, sia consentito professare orgogliosamente il proprio legame con la più sanguinaria delle ideologie del Novecento. L’azione di Anders Breivik ha fatto finalmente capire che il fantasma del fascismo sta ritornando in Europa, e complice la peggior crisi economica internazionale dagli anni Trenta, sta facendo proseliti in sempre più paesi, inclusi i paradisi scandinavi in cui possiamo annoverare la stessa Estonia. Ma per una ragione che ancora non riusciamo a comprendere, i governi europei hanno sempre voluto negare l’esistenza di un pericolo nero: un po’ come chi manifesta malesseri fisici ma rifiuta di sottoporsi ad un check-up per paura di scoprire di essere malato.

L’Europa sembra voler esorcizzare questa onda nera che rischia di diventare uno tsunami facendo come lo struzzo: mettendo la testa sotto terra. Eppure, potrebbe portare al fallimento dell’idea stessa di “comunità europea” il ridurre a semplici fenomeni di folklore atti normativi improntati all’odio razziale (ad esempio la nuova costituzione ungherese, ma anche le leggi anti-immigrazione approvate in molti paesi, Italia inclusa) rappresenta una grave forma di debolezza da parte delle istituzioni comunitarie.
Già, perchè la discriminante sta tutta qui: il fascismo del XXI secolo ha lasciato il folklore nelle piazze ed è entrato in doppiopetto nelle istituzioni.

Una riforma costituzionale improntata sulla xenofobia in Ungheria, un regime di apartheid nelle repubbliche baltiche, norme antistranieri al limite della segregazione razziale volute dalla Lega Nord in Italia: sono alcuni dei tanti atti legislativi imposti da schieramenti politici divenuti forze di governo democraticamente elette (sic!), e che proprio per questo dovrebbero fare più paura di quattro imbecilli rapati a zero e vestiti con bomber e anfibi, che ogni anno sfilano a Berlino per celebrare la nascita del Fuhrer. Eppure Bruxelles resta a guardare, limitandosi a semplici richiami (com’è accaduto proprio all’Estonia poche settimane fa) che non hanno alcun potere sanzionatorio.

Il fatto è che oggi non ci troviamo più in presenza di vecchi nostalgici in uniforme d’epoca, ma di forze politiche guidate da leader giovani ed eleganti, organizzate sul modello degli storici partiti di massa europei ma che legiferano in base a principi ispirati al razzismo e alla xenofobia. Gli stessi propugnati dal pluriomicida norvegese, che senza dubbio per il suo piano di morte ha potuto contare sull’ appoggio di una vera e propria internazionale nera, un iceberg la cui parte visibile è rappresentata dal suo presente istituzionale, ma della cui parte occulta si sa davvero poco o niente.

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