Gli Stati Uniti Sovietici: l’ultimo atto della perestrojka

Gorbaciov con Ronald Reagan

Esattamente vent’anni fa la perestrojka in crisi sfornava la sua ultima e forse più ambiziosa riforma: quella di dare all’Unione Sovietica una reale forma di stato federale. Era il 20 giugno 1991 quando Michail Gorbaciov presentò al mondo l’Unione delle Repubbliche Sovrane Sovietiche, un progetto che avrebbe dovuto trasformare una nazione che faceva del centralismo un punto cardine della sua esistenza in una federazione di repubbliche sovrane. Per far fronte alle forze centrifughe che ormai minavano seriamente l’integrità dell’impero sovietico, il padre della perestrojka aveva iniziato a lavorare già all’indomani della caduta del Muro ad un progetto di riforma federalista, che aveva come primo obiettivo salvaguardare l’unità territoriale dell’Urss. L’idea di Gorbaciov era dare alla vecchia Unione Sovietica una forma di stato simile gli Usa: una sorta di Stati Uniti Sovietici, repubbliche democratiche semi-indipendenti, che avrebbero dovuto godere di libertà, autonomia e poteri non dissimili da quelli a stelle e strisce.

La bozza del nuovo Trattato dell’Unione (che avrebbe dovuto sostituitre quello del 1922 istitutivo dell’Urss) fu concordata il 17 giugno da Gorbaciov ed i leader delle nove maggiori repubbliche che componevano l’Urss (Russia, Ucraina, Bielorussia, Azerbaijan, Kazakhstan, Turkemenistan, Kirghizistan, Uzbekistan e Tagikistan), dopo un anno di intense trattative e dieci ore di discussioni e compromessi in una dacia governativa alla periferia di Mosca. La riforma assegnava all’ Urss un nuovo nome, che sanciva l’abbandono definitivo del centralismo socialista in favore della sovranità degli stati membri, affidava la guida del paese a un presidente eletto dal popolo, per una durata massima di due mandati di cinque anni l’uno, limitava i poteri del Cremlino ai campi della difesa, della politica estera, del bilancio e delle comunicazioni, concedendo a ciascuna repubblica sovrana sovietica il diritto di scegliere il tipo di proprietà e di sistema economico che essa preferiva, il diritto esclusivo sulla maggior parte delle risorse e dei beni situati sul suo territorio, e persino il diritto di stabilire relazioni diplomatiche con governi stranieri.

Ma questa nuova Urss non vide mai la luce. Innanzitutto, perchè di lì a due mesi il fallito colpo di stato contro Gorbaciov avrebbe portato le nove repubbliche ad abbandonare i processi di ratifica del nuovo trattato e ad abbracciare l’indipendentismo ed il nazionalismo anti-sovietico.
Tuttavia anche prima degli eventi dell’agosto 1991 era facile capire che gli Stati Uniti Sovietici non sarebbero mai nati. Sul nuovo Trattato la Russia di Boris Eltsin manifestò subito forti divergenze con il Cremlino per questioni fiscali, poichè il presidente russo insisteva su una riscossione a carattere locale delle imposte per poi versarne una parte alla Federazione, mentre Gorbaciov voleva lasciarla totalmente allo stato centrale. L’ucraino Viktor Kuchma invece si rifiutò di firmare il Trattato sino a che Kiev non avrebbe approvato una sua Costituzione, che avrebbe garantito all’Ucraina un’ autonomia ancora maggiore.  E poi c’erano le repubbliche baltiche, l’Armenia, la Georgia, e la Moldavia, che non avevano nemmeno partecipato alla trattativa perchè puntavano ad acquisire una piena indipendenza dall’Urss.

Gorbaciov, ancora una volta, cercò l’ennesimo compromesso per  arrivare a una simbolica firma del Trattato, permettendo ad alcune repubbliche di approvare formalmente il patto in un secondo tempo. Intanto però, sostenuto dalle forze conservatrici, pensò di costringere le repubbliche ribelli ad aderire al nuovo Trattato attraverso sanzioni economiche, che le avrebbero costrette a pagare a prezzi del mercato mondiale le materie prime e le risorse energetiche fornite loro dall’ Urss.

Potremmo dire che questa mossa, l’ultima di una strada costellata di errori di valutazione, fu fatale alla carriera politica di un Gorbaciov ormai avvezzo ad ambiguità e a percorsi zigzaganti. Il leader sovietico, in quel giugno vent’anni fa, era ormai solo: aveva accettato l’appoggio dei conservatori per portare avanti la sua riforma, ma non si era accorto che così facendo aveva snaturato in pieno la perestrojka, che giorno dopo giorno perdeva pezzi.

Nell’estate 1991 Gorbaciov era uno zar rinchiuso nel suo Cremlino, fuori circondato da pescecani come Eltsin, Nazarbaev e Kuchma, e dentro popolato da inquietanti figuri come Pavlov, Krjuchkov e Janaev. L’equilibrio di forze a Mosca non era ormai più tale: Gorbaciov era un vaso di coccio tra vasi di ferro, che il tentato golpe dell’agosto di quell’anno non fece altro che schiacciare.

Approfondimenti:
Il Federalismo nella Russia post-sovietica
(
Zeppelin – Radio 2 RAI, 28 aprile 2011 )