L’ombra di Khodorkovskij si staglia sul Cremlino

Chi è veramente Mikhail Borisovic Khodorkovskij, ex petroliere e ora detenuto eccellente, che dal banco degli imputati del processo d’appello a suo carico ieri ha visto ridursi di appena un anno la condanna per furto di greggio? È un ladro che deve restare in carcere, come l’ha definito il suo grande nemico Vladimir Putin, oppure è un nuovo Sakharov, come ritiene lo scrittore e attivista per i diritti umani Andrè Glucksmann? Nel corso di otto anni di processi, l’affaire Khodorkovskij ha mostrato inequivocabilmente come il suo principale protagonista sia un personaggio tutt’altro che adamantino, ma che dal carcere è stato capace di concentrare intorno alla sua vicenda giudiziaria un’inattesa solidarietà proveniente da ampie fasce della società. Una situazione che ricorda molto il caso di Alfred Dreyfus, l’ ufficiale di origine ebraica vittima di un processo-farsa per alto tradimento nella Francia di fine Ottocento, che portò molti intellettuali dell’epoca (tra cui Emile Zola con il suo famoso J’accuse) a denunciare il clima da caccia alle streghe che aveva attecchito nella neonata Terza Repubblica transalpina. Nella Russia odierna sta accadendo qualcosa di simile: l’intelligencija e la società civile non hanno dubbi sul fatto che contro Khodorkovskij sia stato ordito un complotto di Stato.

Mikhail Khodorkovskij è stato anch’egli un oligarca, in nulla diverso dai tanti che seppero ben sfruttare il caos del dopo-Urss per accumulare ingenti fortune in denaro.

Nei tumultuosi anni della shock terapy, quando da un giorno all’altro la Russia si aprì all’economia di mercato senza avere una minima intelaiatura istituzionale in grado di garantire un regolare la concorrenza né i processi di privatizzazione, Khodorkovskij comincia ad emergere come banchiere con la sua Menatep Bank, un istituto comparso dal nulla ma dotato di ottimi agganci con l’enturage di Boris Eltsin, a cui nel triennio 1992-1994 eroga cospicui finanziamenti che permettono al suo principale azionista di “conquistarsi” l’incarico di vice-ministro dell’Energia. È così che il rampante banchiere entra nel giro giusto per portare a compimento il progetto che ha in mente da tempo: la scalata all’azienda petrolifera pubblica Yukos, che nonostante le enormi potenzialità, a metà anni Novanta è in bancarotta ed stata messa all’asta dal governo per evitarne il fallimento. E ad aggiudicarsi l’asta è il giovane Khodorkovskij, che alla fine del 1996 diventa titolare del 70% del pacchetto azionario della Yukos, ad un prezzo così basso da suscitare qualche perplessità negli analisti finanziari. E poiché in quello stesso anno Boris Eltsin viene rieletto presidente grazie al decisivo supporto economico e mediatico dei “suoi” oligarchi, negli ambienti economici russi cominciano a sorgere dubbi che Yukos sia stata una sorta di regalo di ringraziamento del Cremlino a Khodorkovskij per il suo sostegno alla campagna elettorale del presidente.

All’inizio del nuovo millennio però, il feeling tra gli oligarchi e il Cremlino s’interrompe. Al vertice dello Stato non c’è più il vecchio, malato e manipolabile Eltsin, bensì il giovane e ambizioso Putin, che con un’abilissima mossa si presenta ai russi come l’uomo che scaccerà gli oligarchi dal Cremlino. Putin infatti sa benissimo dell’astio che la stragrande maggioranza dei russi nutre verso i “nuovi ricchi” e ne approfitta, rovesciando su di loro le colpe della grave crisi finanziaria che nel 1998 ha travolto la Russia. Nei suoi primi anni da presidente, Putin raccoglie grandi consensi tra la popolazione russa per la sua battaglia contro gli oligarchi: da uomo dei servizi segreti, il neopresidente ha accesso a tutti gli armadi dove sono nascosti gli scheletri più compromettenti riguardanti i repentini arricchimenti dei vari magnati russi, e li usa come arma per colpire quelli che non si allineano con lui. Khodorkovskij è fra loro. Rimasto in sella alla Yukos, ha ormai capito che il Cremlino che gli ha agevolato la carriera ora vuole distruggerlo. Istituisce così la Fondazione Russia Aperta, che diventa una primaria fonte di finanziamento per due schieramenti d’opposizione: Jabloko, il movimento liberale dell’economista Grigorij Javlinski, e per l’Unione delle Forze di Destra, il partito dell’ex vicepremier Boris Nemtsov e dell’ex braccio destro di Eltsin Anatolj Chubais.

Ma contrariamente a quel che si pensi, il motivo che mette Khodorkovskij in rotta di collisione con Putin è legato all’energia. Il Capo dello Stato è divenuto consapevole di come le materie prime energetiche possano rendere la Russia di nuovo potente e temuta, e vuole riportarle sotto il controllo del Cremlino. Yukos non può pertanto continuare a restare nelle mani di chi non solo non si è allineato al nuovo corso, ma può anche aprire a multinazionali straniere la gestione del petrolio russo, come accaduto nel 2002 con la costituzione di una joint-venture con la Total-Fina-Elf, che di fatto ha consentito al governo francese di entrare nel business strategico del petrolio russo.

Siamo ad aprile 2003 quando Khodorkovskij acquista da Roman Abramovic l’azienda petrolifera a Sibneft e dà vita a Yukos-Sibneft, un colosso energetico privato totalmente indipendente dalle direttive del Cremlino, concentrando nelle sue mani un potere enorme: ciò a Putin non va bene, anche perché il re del petrolio russo rilascia in quel periodo una serie di dichiarazioni in cui non fa mistero di voler abbandonare le redini della sua compagnia nel 2007.

Analisti politici delineano scenari inquietanti per il nuovo Cremlino, che vedono Khodorkovskij e gli altri oligarchi costituire una potente lobby parlamentare (forse addirittura un partito) per difendere i propri interessi, colpiti nel 2002 da una legislazione fiscale più dura specie verso le imprese petrolifere dell’export (come Yukos). Secondo i report dell’intelligence, l’obiettivo di Khodorkovskij sarebbe quello di controllare la maggioranza alla Duma (la Camera russa) e operare per ridurre i poteri presidenziali a vantaggio di quelli del parlamento e del governo.

Tutte queste ipotesi vengono spazzate via la sera del 25 ottobre 2003, quando Mikhail Khodorkovskij viene arrestato con l’accusa di frode ed evasione fiscale: è un caso che pochi giorni prima dagli ambienti finanziari russi fosse rimbalzata la notizia, non seguita da smentita, di un’imminente cessione del 25% delle azioni Yukos-Sibneft ad un gruppo energetico straniero? Khodorkovskij voleva davvero usare quei soldi per la sua nascente carriera politica?

In meno di due anni, il processo arriva alla conclusione, e nel 2005 Mikhail Khodorkovskij viene condannato a 9 anni di carcere (ridotti ad 8 in appello): pochi mesi prima, dalla sua cella aveva assistito impotente alla fine di Yukos, smembrata dei suoi principali asset per pagare la maximulta per evasione comminatagli dal fisco russo. Quando però la Yuganskneftgaz, il principale asset petrolifero di Yukos, a seguito di una serie di strane manovre finanziarie viene inglobato dalla compagnia petrolifera di Stato Rosneft, molti sostenitori di Khodorkovskij hanno la conferma dei loro sospetti: il Cremlino ha colpito il petroliere per mettere le mani sui “gioielli” di Yukos.

Ma i lunghi anni trascorsi nella cella non solo non rendono Khodorkovskij inoffensivo, ma lo trasformano in un’icona del dissenso. E così, quando lo scorso dicembre il tribunale di Mosca lo ha condannato ad altri 7 anni di carcere per riciclaggio di denaro sporco e furto di petrolio, l’opposizione anti-Putin e le organizzazioni per i diritti civili hanno cominciato a parlare di sentenza pilotata dal Cremlino, impaurito per l’imminente scarcerazione di un personaggio molto ingombrante in vista delle elezioni presidenziali del 2012.

Ad insospettire i sostenitori di Khodorkovskij erano state le parole di Putin (“Il posto di un ladro è in galera”), pronunciate poco prima della sentenza allo scopo – secondo gli avversari del premier – di condizionare il collegio giudiziario. Frasi da cui però Medvedev aveva immediatamente preso le distanze, dichiarando alla stampa che “né il Presidente né alcun altro funzionario dello Stato ha il diritto di esprimere la propria posizione prima che il giudice legga il suo verdetto”.

Un’uscita a sorpresa che Khodorkovskij ha saputo abilmente sfruttare, tramite una lettera aperta pubblicata lo scorso 2 febbraio sul quotidiano Vedomosti, in cui invitava il presidente russo a dare seguito a queste parole “ripristinando lo stato di diritto in Russia”: una mossa che di fatto ha trasformato la vicenda da giudiziaria in politica.

Quello dell’influenza dell’esecutivo sul potere giudiziario è una questione su cui Medvedev pare aver impostato negli ultimi mesi la sua politica di emancipazione da Putin, in un’ottica chiaramente diretta alle Presidenziali del prossimo anno. Solo pochi giorni fa il presidente russo è tornato a citare pubblicamente Khodorkovskij, dicendosi sicuro che una eventuale scarcerazione dell’ex magnate non sarebbe una minaccia per la Russia.

Un’affermazione esplosiva, visto soprattutto da chi è stata pronunciata. Soprattutto se pensiamo che i leader russi non usano mai le parole a caso. Putin prima della sentenza di primo grado si era augurato una condanna, come poi è effettivamente è stato (e lo scorso febbraio, in un’intervista al Kommersant, un’assistente del giudice che ha condannato Khodorkovskij ha raccontato di una sentenza “imposta dall’alto” per far sì che l’ex petroliere restasse ancora alcuni anni in carcere).

Questa sorta di nullaosta alla scarcerazione del petroliere mostra il presidente come un liberal, che dinanzi a un caso giudiziario che ha da tempo varcato i confini nazionali spera di guadagnare consenso nell’elettorato progressista e liberale, che potrebbe rivelarsi decisivo nella corsa per un secondo mandato alle Presidenziali 2012: Putin sembra infatti essere rimasto stordito dall’inatteso rumore che l’affaire Khodorkovskij continua a fare a quasi 9 anni dall’inizio della vicenda.

Questa vicenda che sembra uscita da un romanzo di Tolstoj, in cui i protagonisti si sono scambiati più volte i loro ruoli di vittime e carnefici, è stata ben interpretata da uno striscione anti-Putin apparso su un ponte sulla Moscova nel febbraio scorso, che invocava un nuovo scambio di ruolo ritraendo in un fotomontaggio il premier dietro le sbarre e Khodorkovskij in una foto istituzionale da Primo Ministro.

La stella politica di Vladimir Putin ora rischia di avviare la sua fase calante nella lotta agli oligarchi, dove aveva avuto la sua alba, e dove ora può avere il suo: come un novello Conte di Montecristo, dalla sua polverosa cella il detenuto ex oligarca Khodorkovskij medita la sua rivincita. E da quando è diventato un’icona del dissenso, non si può negare che in parte abbia già vinto la sua partita.

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