Il Fsb contro Skype, Gmail e Hotmail: polemiche a Mosca

Un commento forse troppo poco diplomatico di un alto funzionario dell’intelligence russa ha scatenato due giorni di polemiche a Mosca, che solo una repentina retromarcia del Fsb (l’ex Kgb) ha, in parte, attutito.
Tutto nasce da Aleksandr Andreechkin, dirigente dei Servizi segreti e capo del Centro per la sicurezza dell’Informazione e per le comunicazioni speciali,  che venerdì scorso avrebbe dichiarato, in un’audizione alla Commissione governativa per le comunicazioni federali,  che “l’utilizzo incontrollabile di servizi di messaggistica  potrebbe rivelarsi una minaccia su larga scala per la sicurezza della Russia“. Le principali preoccupazioni del Fsb riguarderebbero algoritmi cifrati di difficile decriptazione gestiti da server esteri, che potrebbero essere così usati da organizzazioni estremiste e terroristiche in chiave antirussa. Per questo motivo, riporta l’agenzia Interfax, il Fsb avrebbe fatto pressioni per introdurre in Russia una messa al bando totale dell’utilizzo di questi servizi offerti da compagnie come Skype, Google per Gmail e Microsoft per Msn-Hotmail.

Interpellato dall’agenzia Itar-Tass, il viceministro delle Comunicazioni Massukh ha  tuttavia sottolineato che nessuna proibizione di tal genere è stata discussa dalla Commissione governativa: “Al Ministero siamo contro qualsiasi divieto per i nostri cittadini” ha rassicurato Massukh, proponendo ai tre provider di impiegare per la Russia altri codici algoritmici. Problema risolto? Non proprio, vista la contemporanea istitiuzione di un gruppo di lavoro composto da rappresentanti di varie autorità governative e della compagnia statale di telefonia Rostelecom, che dovrà predisporre un modo per regolamentare l’uso in Russia di applicazioni di messaging compatibilmente con le libertà costituzionali, onde evitare una loro possibile messa al bando.

Dmitrj Medvedev non sembra però disposto a sostenere i servizi segreti in questa loro crociata contro le applicazioni web: il presidente (appassionato fruitore di internet, ndr) ha bollato le dichiarazioni di Andreechkin come “opinioni personali” che non rispecchiano la politica dello Stato.
Di contro, il governo guidato da Vladimir Putin (che è stato a capo del Fsb fino al 1999, e colonnello del Kgb fino al 1990) si è schierato con l’allarme lanciato dai servizi segreti. Interpellato dal quotidiano on-line Gazeta.ru, il portavoce di Putin ha infatti specificato che la proposta di mettere al bando Skype, Gmail e Hotmail per motivi di sicurezza si fonda su “fatti evidenti”, e rappresenta la posizione ufficiale del Fsb e non la convinzione personale di un funzionario, come in precedenza riferito da Medvedev. 
Dopo i recenti contrasti sulla crisi in Libia, dunque il Cremlino ed il governo si trovano ancora una volta su posizioni divergenti.

Ma cosa ne pensano le strutture informatiche coinvolte? Al momento, solo il gigante di Mountain View è uscito allo scoperto: in una nota Google Russia si è detta disposta, nel rispetto dei propri utenti, a condividere informazioni con le strutture di sicurezza russe a proposito di contenuti illegali diffusi tramite Gmail. Google sottlinea però che ad oggi da Mosca non è pervenuta alcuna richiesta in tal senso.
Nessun commento invece è arrivato da Microsoft (che controlla Hotmail) e da Skype.

Intanto già nella serata di venerdì, quando ormai la bagarre politica era innescata, dalla Lubjanka è arrivata una nota in cui il Fsb gettava acqua sul fuoco, chiarendo di aver solo “espresso preoccupazioni” per la sicurezza. Nello specifico,  l’intelligence russa ritiene che un pericolo per la nazione possa arrivare da non ben specificati server, che forniscono servizi al di fuori della legalità e in contrasto con la legislazione nazionale (Skype, ad esempio, ha i suoi sviluppatori in Estonia, paese con cui Mosca non ha buoni rapporti). Il portavoce del Fsb ha voluto anche specificare che la Russia non ha in cantiere alcuna misura limitativa degli accessi a Skype o a Gmail.

Non è la prima volta che internet finisce nell’occhio del ciclone in Russia. Ad agosto, un tribunale nell’estremo oriente russo condannò YouTube per aver veicolato un video razzista “postato” da un’organizzazione di estremisti neofascisti.

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