Un anno fa l’attentato nella metropolitana di Mosca

Feriti fuori alla stazione della metropolitana

Feriti fuori alla stazione della metropolitana

A dodici mesi di distanza da quella tragica mattinata in cui due donne kamikaze si fecero esplodere in due stazioni della metropolitana moscovita, la capitale russa ha ricordato ieri le vittime e i feriti degli attentati. Un’atmosfera di grande commozione ha pervaso le stazioni “Lubjanka” e “Park Kultury”, dove il 29 marzo 2010 avvennero gli attentati: fin dalla sera prima i moscoviti hanno iniziato a depositare mazzi di fiori sulle banchine dove 40 persone trovarono la morte e oltre 100 rimasero ferite. Molti passeggeri per tutta la giornata si sono fermati sul luogo della strage, restando in raccoglimento per qualche minuto prima di rituffarsi nella loro quotidianità.

Mentre dentro alle stazioni il silenzio diveniva il principale tributo in onore delle vittime, fuori alcune autorevoli fonti di stampa quali il Kommersant, l’Interfax e la RIA Novosti diffondevano la notizia della probabile morte di Doku Umarov, l’autoproclamato “Emiro del Caucaso” che lo scorso aprile ha rivendicato gli attentati del metrò, dopo che poche settimane prima aveva annunciato che avrebbe portato la guerra nelle città russe.

Umarov, ritenuto dal governo russo una delle menti del tragico sequestro della scuola elementare di Beslan del 2004, secondo una fonte vicina alla polizia daghestana sarebbe rimasto ucciso in un’operazione militare delle forze di sicurezza russe compiuta nei giorni scorsi. La conferma non c’è ancora, ma la fonte parla di alcuni guardaspalle dell’ “Emiro” che sarebbero stati eliminati nello scontro a fuoco: “Ciò lascia supporre che anche Umarov potrebbe essere morto”, ribadisce la fonte, citata dall’Interfax.

L’attentato di un anno fa suscitò molte inquietudini tra i cittadini per la simbologia dei luoghi scelti per la strage. Una scelta non certo casuale, poichè la stazione di “Park Kultury” si trova a metà percorso tra il Ministero della Difesa e quello degli Interni, mentre quella di Piazza della Lubjanka è giusto pochi metri al di sotto del mastodontico edificio del FSB, il Servizio di Sicurezza Federale erede del KGB: tutte amministrazioni a cui fanno capo le truppe e gli agenti di polizia che operano nel teatro di guerra caucasico. Fin troppo chiaro il messaggio dei terroristi: possiamo colpirvi dove e quando ci pare.

E la consapevolezza di esser diventati vulnerabili ha scatenato tra i moscoviti psicosi e paure: il più classico obiettivo di un’azione terroristica. Un esempio è stata la linea telefonica di assistenza psicologica ai parenti delle vittime e dei feriti, attivata poche ore dopo gli attentati dall’Istituto di Psichiatria Sociale di Mosca: in meno di 24 ore oltre 600 cittadini, molti dei quali nemmeno presenti nella metropolitana al momento dell’attacco, chiesero aiuto agli psicologi, manifestando stati d’ansia e fobie.

Vedi anche:
Mosca: attentato nel metrò, numerose vittime
Una vendetta dietro la strage nella metropolitana?
La Russia cerca all’estero i mandanti delle stragi

A dodici mesi di distanza da quella

tragica mattinata in cui due donne

kamikaze si fecero esplodere in due

stazioni della metropolitana moscovita,

la capitale russa ha ricordato ieri le

vittime e i feriti degli attentati.

Un’atmosfera di grande commozione ha

pervaso le stazioni “LUbjanka” e “Park

Kultury”, dove

il 29 marzo 2010 avvennero gli

attentati: fin dalla sera prima i

moscoviti hanno iniziato a depositare

mazzi di fiori sulle banchine dove 40

persone trovarono la morte e altre 100

rimasero ferite. Molti passeggeri per

tutta la giornata si sono

fermati sul luogo della strage, restando

in raccoglimento per qualche minuto

prima di rituffarsi nella loro

quotidianità.

Mentre dentro alle stazioni il silenzio

diveniva il principale tributo in onore

delle vittime, fuori alcune autorevoli fonti di stampa quali il Kommersant, l’Interfax e la RIA Novosti diffondevano la notizia della probabile morte di Doku Umarov, l’autoproclamato “Emiro del Caucaso” che lo scorso aprile ha rivendicato gli attentati del metrò, dopo che poche settimane prima aveva annunciato che avrebbe portato la guerra nelle città russe.

Umarov, ritenuto dal governo russo una delle menti del tragico sequestro della scuola elementare di Beslan del 2004, secondo una fonte vicina alla polizia daghestana sarebbe rimasto ucciso in un’operazione militare delle forze di sicurezza russe compiuta nei giorni scorsi. La conferma non c’è ancora, ma la fonte conferma che sul campo sono rimasti anche alcuni suoi guardaspalle: “Ciò lascia supporre che anche Umarov potrebbe essere morto”, ribadisce la fonte, citata dall’Interfax.

L’attentato di un anno fa suscitò molte

inquietudini tra i cittadini per la

simbologia dei luoghi scelti per la

strage. Una scelta non certo casuale, poichè la stazione di “Park Kultury” si trova a metà percorso tra il Ministero della Difesa e quello degli Interni, mentre quella di Piazza della Lubjanka è giusto pochi metri al di sotto del mastodontico edificio del Federal’naja Sluzhba Bezopaznosti (FSB), il Servizio di Sicurezza Federale erede del KGB: tutte amministrazioni a cui fanno capo le truppe e gli agenti di polizia che operano nel teatro di guerra caucasico.
Il messaggio dei terroristi fu chiaro: possiamo colpirvi dove e quando ci pare.

E la consapevolezza di esser diventati vulnerabili ha scatenato tra i moscoviti psicosi e paure: il più classico obiettivo di un’azione terroristica. Un esempio è stata la linea telefonica di assistenza psicologica ai parenti delle vittime e dei feriti, attivata poche ore dopo gli attentati dall’Istituto di Psichiatria Sociale di Mosca: in meno di 24 ore oltre 600 cittadini, molti dei quali nemmeno presenti nella metropolitana al momento dell’attacco, chiesero aiuto agli psicologi, manifestando stati d’ansia e fobie.

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