Putin-Medvedev, spaccatura sulla crisi in Libia

Dmitrij Medvedev e Vladimir Putin

Putin e Medvedev divisi sulla crisi libica: la conferma è arrivata oggi, quando nello spazio di poche ore le agenzie internazionali hanno riportato due dichiarazioni contrastanti del presidente russo e del premier. O meglio, una dichiarazione molto dura di Putin contro i bombardamenti in Libia, a cui ha fatto eco una pronta replica di Medvedev, dai toni molto più concilianti.

I fatti. In mattinata, nell’ambito di una visita ad una fabbrica di missili negli Urali, Putin aveva parlato della necessità di accelerare il riarmo russo anche nell’ottica dell’intervento militare della Nato, avallato da una risoluzione dell’Onu definita poco chiara e piena di difetti: “La Risoluzione 1973 dell’Onu autorizza un intervento militare negli affari interni di uno Stato sovrano – ha detto Putin – e mi ricorda tanto una chiamata alle crociate di stampo medievale”. Poi una dura stoccata agli Usa, “che dopo Belgrado, l’Afghanistan e l’Irak, ora applicano alla Libia la loro dottrina dei bombardamenti aerei, sempre col solito ed illogico pretesto di difendere la popolazione civile”.

Passano poche ore ed arriva la replica: non dall’Onu, nè da Washington, ma dal presidente Medvedev, che  prende subito le distanze dalle parole del premier russo. “Non si può giustificare l’utilizzo di termini come crociata, che invoca lo scontro di civiltà – sono state le parole del presidente russo -, tutto ciò è inammissibile”.
A colpire è la diversa posizione che il capo del Cremlino ha sugli eventi libici. Medvedev non condanna la Risoluzione 1973, come invece fino ad oggi avevano fatto sia Putin che il ministro degli Esteri Lavrov: “Avremmo potuto esercitare il diritto di veto e non l’abbiamo fatto per un semplice motivo: non considero sbagliata la risoluzione. Anzi – spiega Medvedev – credo che rifletta la nostra generale comprensione di ciò che sta accadendo in Libia”.

Una nuova spaccatura dunque al vertice della Russia. Non è la prima volta che Medvedev e Putin si trovano su posizioni contrastanti: ad aprile, per esempio, quando Russia e Ucraina stipularono l’accordo per la concessione alla flotta di Mosca della base di Sebastopoli fino al 2042 in cambio di un forte ribasso del prezzo del gas da vendere a Kiev, Medvedev stupì tutti nel dichiarare che il prezzo pagato per la base sul Mar Nero era “enorme ma giusto”, smentendo pubblicamente Putin che poche ore prima l’aveva invece definito “esorbitante”.
Poi c’è stato lo stop in estate alla costruzione dell’autostrada Mosca-San Pietroburgo, fortemente voluta dall’onnipotente sindaco “putiniano” della capitale Jurij Luzhkov, che si è poi dimesso. Putin allora definì Luzhkov un ottimo amministratore che aveva avuto però l’unica colpa di non aver stabilito relazioni forti con Medvedev: una dichiarazione che a molti parve una presa di distanza dal presidente.
C’è poi stato il veto presidenziale alle modifiche apportate alla legge sulle manifestazioni di piazza, che avrebbero introdotto regole molto più restrittive per tenere cortei e comizi: approvate ad ottobre dalla Duma, sono state ritenute dal presidente contrarie ai principi costituzionali che garantiscono la libertà di espressione.
Infine sul controverso e ambiguo processo Khodorkovskij Medvedev ha indirettamente voluto prendere le distanze da Putin: se durante il dibattimento in aula il premier aveva definito l’ex boss della Yukos “un ladro che deve stare in galera”, il presidente aveva sottolineato come nessun funzionario dello Stato potesse esprimere giudizi in grado di condizionare il potere giudiziario.

Sullo sfondo di queste dichiarazioni ci sono le elezioni presidenziali del prossimo anno. Nonostante finora né l’uno né l’altro abbia ancora ufficializzato alcuna candidatura, tutto lascia ipotizzare che le Presidenziali 2012 si caratterizzeranno per un’incertissima sfida a due. Tanto che in un’intervista alla BBC perfino il consigliere economico del presidente, Arkadij Dvorkovic, si è lasciato scappare (forse volutamente) che Medvedev si sta preparando a correre per un secondo mandato.

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Putin e Medvedev divisi sulla crisi

libica: la conferma è arrivata oggi,

quando nello spazio di poche ore le

agenzie internazionali hanno riportato

due dichiarazioni contrastanti del

presidente russo e del premier. O

meglio, una dichiarazione molto dura di

Putin contro i bombardamenti in Libia, a

cui ha fatto eco una pronta replica di

Medvedev, dai toni molto più

concilianti.

I fatti. In mattinata, nell’ambito di

una visita alla fabbrica di missili

negli Urali, Putin aveva parlato della

necessità di accelerare il riarmo russo

anche nell’ottica dell’intervento

militare della Nato, avallato da una

risoluzione dell’Onu definita poco

chiara e piena di difetti: “La

risoluzione 1973 dell’Onu autorizza un

intervento militare negli affari interni

di uno Stato sovrano – ha detto Putin –

e mi ricorda tanto una chiamata alle

crociate di stampo medievale”. Poi una

dura stoccata agli Usa, che dopo

Belgrado, l’Afghanistan e l’Irak, ora

applicano alla Libia la loro dottrina

dei bombardamenti aerei, sempre col

solito ed illogico pretesto di difendere

la popolazione civile.

Passano poche ore ed arriva la replica:

non dall’Onu, nè da Washington, ma

addirittura dal presidente Medvedev, che

prende subito le distanze dalle parole

del premier russo. “Non si può

giustificare l’utilizzo di termini come

crociata, che invoca lo scontro di

civiltà – sono state le parole del

presidente russo -, tutto ciò è

inammissibile”.
Ma a colpire è anche la diversa

posizione che il capo del Cremlino ha

sugli eventi libici. Medvedev non

condanna la risoluzione 1973, come

invece fino ad oggi avevano fatto sia

Putin che il ministro degli Esteri

Lavrov: “Avremmo potuto esercitare il

diritto di veto e non l’abbiamo fatto

per un semplice motivo: non considero

sbagliata la risoluzione. Anzi – spiega

Medvedev – credo che rifletta la nostra

generale comprensione di ciò che sta

accadendo in Libia.

Una nuova spaccatura dunque al vertice

della Russia. Non è la prima volta che

Medvedev e Putin si trovano su posizioni

contrastanti: ad aprile, per esempio, quando Russia e Ucraina stipularono l’accordo per la concessione alla flotta di Mosca della base di Sebastopoli fino al 2042, in cambio di un forte ribasso del prezzo del gas da vendere a Kiev, Medvedev stupì tutti nel dichiarare che il prezzo pagato per la base sul Mar Nero era “enorme ma giusto”, smentendo pubblicamente Putin che poche ore prima l’aveva invece definito “esorbitante”.
Poi c’è stato lo stop in estate alla costruzione dell’autostrada Mosca-San Pietroburgo, fortemente voluta dall’onnipotente sindaco “putiniano” della capitale Jurij Luzhkov, che si è poi dimesso. Putin allora definì Luzhkov un ottimo amministratore che ha avuto però l’unica colpa di non aver stabilito relazioni forti con Medvedev: una dichiarazione che a molti è parsa una presa di distanza dal presidente.
C’è poi stato il veto presidenziale alle modifiche apportate alla legge sulle manifestazioni di piazza, che avrebbero introdotto regole molto più restrittive per tenere cortei e comizi: approvate ad ottobre dalla Duma, sono state ritenute dal presidente contrarie ai principi costituzionali che garantiscono la libertà di espressione.
Infine sul controverso e ambiguo processo Khodorkovskij Medvedev ha indirettamente voluto prendere le distanze da Putin: se durante il dibattimento in aula il premier aveva definito l’ex boss della Yukos “un ladro che deve stare in galera”, il presidente aveva sottolineato come nessun funzionario dello Stato potesse esprimere giudizi in grado di condizionare il potere giudiziario.

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