Cosa c’è veramente dietro la guerra nel Nord-Caucaso

Medvedev e Kadyrov

Il presidente ceceno Kadyrov (a destra) con Dmitrij Medvedev (Fonte: APF Photo)

La guerra che i russi stanno combattendo nel Caucaso settentrionale dal lontano 1994 contro gli indipendentisti sta sortendo qualche risultato concreto? Se incentrata solo all’aspetto militare, la domanda rischia di avere una risposta incompleta e fuorviante.
In Cecenia formalmente vige una pax kadiroviana di facciata, imposta e mantenuta dalle violenze dei miliziani dell’ex bandito, e ora presidente, Razman Kadyrov: le operazioni belliche si sono spostate ormai in Daghestan ed in Ingushezia, nuove frontiere dell’indipendentismo antirusso, che cerca il proprio comun denominatore nell’islamizzazione della regione, ma che in realtà nasconde fattori geostrategici di valore economico elevatissimo.

La presenza delle milizie jihadiste soprattutto in Daghestan e Ingushezia non deve trarre in equivoco: l’indipendentismo caucasico non è mosso da motivi storico-religiosi, o per lo meno non solo da questi ultimi. Il Caucaso è una regione certo non ricchissima di risorse energetiche, ma la sua posizione geopolitica è strategica per lo sfruttamento dei giacimenti di idrocarburi che si trovano nel Mar Caspio, verso cui è indirizzato il vero interesse delle parti in lotta.

Secondo uno studio sviluppato nel 2007 dell’Amministrazione USA, il Mar Caspio nel 2015 potrebbe raggiungere una produzione giornaliera di greggio pari a 4,3 milioni di barili, con riserve petrolifere che toccherebbero i 235 miliardi di barili, equivalenti ad un quarto di quelle dell’intero Medio-Oriente. Una vera e propria miniera di “oro nero”, a cui vanno aggiunte le enormi riserve di gas ancora da sfruttare, che, insieme a quelle già in uso, andrebbero a costituire nel sottosuolo del bacino una riserva pari ad oltre 9,2 trilioni di metri cubi di gas.

Motivi economici, dunque, dietro le velleità indipendentiste del capo-guerrigliero di Doku Umarov, il sedicente “Emiro del Caucaso”: queste cifre da capogiro spiegano chiaramente perché la Russia non possa accettare la creazione di un Emirato islamico indipendente nel Caucaso, come vorrebbero fare i guerriglieri e le soprattutto le forze esterne (Al-Qaeda, in primis) che li foraggiano e che guardano con appettito al controllo sulla “miniera” sottomarina del Mar Caspio, la cui perdita avrebbe conseguenze devastanti su di un’economia, quella russa, ancora fondata sulla vendita degli idrocarburi.

C’è di più. La lotta per il controllo del Caucaso non passa solo per il petrolio e il gas. Il traffico di droga proveniente dall’Afghanistan ha ormai trovato nel Caucaso un importante crocevia per l’Europa: in Ingushezia e Daghestan le formazioni indipendentiste sono ormai sostenute finanziariamente da organizzazioni pakistane ed afghane, interessate più ad avere alleati per proteggere i narcos di Kabul, che a diffondere principi islamici travisati dal fanatismo religioso.

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