Una nuova Cernobyl minaccia l’Ucraina?

La centrale nucleare di Cernobyl

Un gruppo ambientalista ucraino ha annunciato di aver riscontrato nella regione sud-orientale di Dnepropetrovsk livelli di radiazioni più alti di quelli attualmente riscontrati nelle aree contaminate intorno a Cernobyl: lo riferisce il quotidiano locale Segodnja.

L’area contaminata sarebbe quella del villaggio di Dovhyvka (Dovgjevka in russo), dove si trova una grande miniera di uranio abbandonata, che tuttavia starebbe continuando ad inquinare seriamente i terreni circostanti: qui, dalle rilevazioni effettuate dagli ambientalisti, sono stati riscontrati in un’ora 2611 micro-Roentgen (l’unità di misura dei raggi X e dei raggi gamma), quando nella zona di Cernobyl l’esposizione è tra i 500 e i 600 micro-Roentgen all’ora.

La storia ha inizio tempo fa, quando Usa e Urss, allo scopo di garantire il mantenimento del cosiddetto “equilibrio del terrore”, sperimentavano di continuo sempre più sofisticate armi di distruzione di massa, senza mai curarsi delle conseguenze che prima o poi questa politica avrebbe comportato ai danni dell’ambiente.
A Dovhyvka, per l’appunto, durante gli anni della Guerra Fredda operava una fabbrica che lavorava l’uranio proveniente da una miniera limitrofa. La struttura rimase attiva fino al 1983, quando il governo sovietico decise di chiudere l’impianto, poiché la miniera si era esaurita: la fabbrica avrebbe dovuto di conseguenza essere demolita e l’area bonificata, “ma da allora nulla di tutto ciò è stato fatto” rivela a Segodnija Alekseij Vedmidskij, rappresentante regionale del Fondo ecologico internazionale, una Organizzazione non governativa attiva soprattutto nei paesi dell’ex-Urss.

Dopo un periodo di relativa tranquillità, verso la fine degli anni Novanta a Dovhyvka cominciarono manifestarsi strani fenomeni. “Molti abitanti ci contattarono dicendo che l’acqua del fiume Kamenka era diventata amara e imbevibile – dice Jurij Babinin, anch’egli attivista, che da allora si occupa del caso -. Siamo venuti qui per capire cosa stesse succedendo e abbiamo scoperto che il fiume, unica fonte di approvvigionamento idrico per i cinquemila abitanti del villaggio, conteneva elevati quantitativi di cesio”. Babinin si rese subito conto che quell’elevatissima percentuale di radiazioni nelle acque doveva per forza avere un’origine non naturale, ed avviò delle indagini. “Su questo caso abbiamo posto delle domande alle autorità locali, che non hanno avuto risposta – racconta l’ambientalista -. Tuttavia, siamo riusciti a risalire alla fonte dell’inquinamento e abbiamo scoperto che nella miniera sono stipate più di sette milioni di tonnellate di scorie radioattive, derivanti dai processi di lavorazione dell’uranio”.
E adesso questa bomba ecologica rischia di esplodere, poiché, a causa delle sempre più intensive attività di estrazione dei metalli di cui la zona abbonda, negli ultimi anni è andato assottigliandosi lo strato di roccia che separa i rifiuti tossici dal terreno sovrastante, dove vivono migliaia di persone e dove pascolano animali che danno alimenti alla popolazione: per questo Dovhyvka potrebbe trasformarsi in una nuova Cernobyl.

Un’aria di mistero circonda i resti di quella la fabbrica. Non si è mai saputo cosa realmente venisse prodotto dentro quella struttura. Raccontano alcuni abitanti che quando la miniera fu dichiarata esaurita, a molti operai venne assegnata una nuova casa lontano dal villaggio, quasi le autorità sovietiche volessero deliberatamente allontanare chi sapeva qualcosa. E quelli che decisero di rimanere non hanno rivelato mai nulla del lavoro svolto nella fabbrica, né lo potranno più fare: sono tutti morti.

Chiamate in causa, le autorità locali hanno tuttavia sminuito le affermazioni allarmistiche degli ecologisti, rassicurando la popolazione locale sull’inesistenza di un qualsiasi pericolo proveniente dalle viscere della terra. Interpellato sulla questione, Sergeij Miljutin, portavoce dell’amministrazione regionale di Dnepropetrovsk, ha ricordato come lo stesso governatore della Regione avesse già disposto un gruppo d’intervento in grado di valutare i rischi per i cittadini di Dovhyvka: “Esperti sanitari, specialisti in campo energetico e personale del Ministero per le situazioni d’emergenza, (che ha compiti analoghi a quelli della nostra Protezione Civile, ndr) hanno esaminato l’area ma non hanno trovato nulla di pericoloso”.
Secondo Miljutin, gli allarmi degli ambientalisti si baserebbero su rilevazioni effettuate con strumenti non omologati in base alle leggi dello Stato ucraino, che li avrebbero indotti in errore.

Un’ipotesi, questa, che Vedmidskij respinge seccamente, confermando la bontà del lavoro del gruppo da lui guidato: “Abbiamo utilizzato un contatore Geiger molto affidabile, prodotto negli Usa e adottato da molti paesi al mondo, che è capace di scovare raggi alfa, beta e gamma, cosa che gli apparecchi in dotazione agli uomini del governo non riescono a fare”.

E a confermare le ipotesi degli ambientalisti ucraini sono giunti anche rappresentanti del mondo scientifico: due esperti nucleari dell’Accademia delle Scienze d’Ucraina, Vladimir Goncharenko e Sergeij Kitsenko, dopo aver svolto delle analisi sui terreni circostanti il villaggio, hanno confermato in tutto e per tutto sia i dati forniti da Vedmidskij sia il rischio di una contaminazione della popolazione a causa della contaminazione di cibo e acqua. “Analizzando quei terreni – hanno spiegato i due esperti – , abbiamo riscontrato la presenza di radio, torio e radon, elementi che normalmente sono riscontrabili in presenza di attività di trattamento dell’uranio, il che testimonia la giustezza di quanto in precedenza rivelato dagli ambientalisti”.

Ma il misterioso sottosuolo di Dovhyvka ha stupito anche i due scienziati, che nel corso delle loro analisi hanno trovato qualcosa di inatteso, che li ha letteralmente scioccati. “Ciò che non ci aspettavamo di trovare – hanno riferito Goncharenko e Kitsenko – sono stati elementi di cesio con stronzio, poiché questi elementi chimici sono presenti dove viene trattato l’uranio, ma solo su un terreno contaminato dalla presenza di un reattore nucleare. Solo che in quell’area un reattore non è mai esistito”.
E allora, perché lì c’erano elementi che non avrebbero dovuto esserci? Il professor Kitsenko non pare aver dubbi: “Esiste un solo, inequivocabile caso in cui cesio e stronzio possono risultare combinati nella maniera in cui li hanno riscontrati i nostri strumenti: quando nel sottosuolo è stato fatto esplodere un ordigno nucleare”.
Test nucleari segreti, ecco un altro mistero che emerge dalle  viscere di Dovhyvka dopo tanto tempo, grazie alle tracce che gli elementi chimici lasciano in natura: negli anni dell’equilibrio del terrore sotto le case e i pascoli il governo sovietico effettuò esperimenti su nuove armi atomiche?

L’ incubo nucleare
(da Il Punto n.5 del 18 febbraio 2011)

Annunci