Gli errori USA nella lotta alla droga in Afghanistan

Piantagioni d'oppio in Afghanistan

In un’intervista rilasciata al canale televisivo Russia Today, Viktor Ivanov, capo del Servizio Federale russo per il Controllo sul Narcotraffico, ha criticato la politica di contrasto USA alla coltivazione di oppiacei in Afghanistan.
Ivanov cita in particolare un Rapporto sui legami tra il narcotraffico e i movimenti ribelli in Afghanistan, pubblicato dalla Commissione Esteri del Congresso nell’agosto 2009, in cui si stima che le piantagioni di droga gestite dai Taliban producano un giro d’affari di circa 150 milioni di dollari, ovvero solo una minuscola parte del valore dell’intera produzione di droga afghana, che si aggira invece intorno ai 65 miliardi di dollari.

“Tuttavia, – sottolinea Ivanov – le forze di sicurezza internazionali dicono che distruggeranno solo i campi di oppio legati ai Taliban. In altre parole, tutti i 150mila militari dislocati in Afghanistan saranno impiegati per eliminare un misero 0,2 per cento del totale della produzione locale di stupefacenti: del restante 99,8 per cento se ne dovranno occupare le autorità afghane, che certo non potranno fare molto”.

Ivanov rilancia perciò la proposta russa di contrasto al narcotraffico dall’Afghanistan, che prevede la completa distruzione di tutti i campi coltivati ad oppio: una proposta che Mosca ha sottoposto al Consiglio di Sicurezza dell’Onu, affinchè questo conferisca alla produzione di droga, tramite una risoluzione, lo status di “minaccia alla sicurezza mondiale”.
Secondo il governo russo, la recente risoluzione Onu 1943/2010, che  invece dichiara la droga una “minaccia alla stabilità mondiale”, non contempla la possibilità di distruggere le piantagioni: pertanto, la sola soluzione starebbe nel dare mandato alle forze d’occupazione di distruggere tutti i campi di oppio del paese, e di convertirli a coltivazioni di frutta e cereali, anche per contribuire agli sforzi di rilancio dell’economia dell’Afghanistan, che oggi sopravvive solo grazie agli aiuti internazionali.

Quella di Ivanov non è la prima voce critica verso l’approccio americano al contrasto al narcotraffico proveniente dall’Afghanistan: a giugno Pino Arlacchi, eurodeputato ed ex Alto Rappresentante Onu per la lotta alla droga, denunciò che la produzione di oppio nel paese asiatico, quasi debellata a metà del 2001, era ripresa fortemente dopo l’invasione Usa nell’autunno di quello stesso anno.

Vedi anche:
Arlacchi: “Nuove strategie contro la droga afghana”

In un’intervista rilasciata al canale televisivo Russia Today,

Viktor Ivanov, capo del Servizio Federale russo per il Controllo

sul Narcotraffico, ha criticato gli USA per aver lasciato

l’Afghanistan a risolvere da solo i propri problemi relativi alla

coltivazione di oppiacei.

Ivanov cita un Rapporto sui legami tra il narcotraffico e i

movimenti ribelli in Afghanistan, pubblicato dalla Commissione

Esteri del Congresso nell’agosto 2009, in cui si stima che le

piantagioni di droga gestite dai Taliban producano un giro

d’affari di circa 150 milioni di dollari, ovvero solo una

minuscola parte del valore dell’intera produzione di droga in

Afghanistan, che si aggira intorno ai 65 miliardi di dollari.

“Tuttavia, – sottolinea Ivanov – le forze di sicurezza

internazionali dicono che elimineranno solo i siti e le strutture

collegate ai Taliban. In altre parole, tutti i 150mila militari

dislocati in Afghanistan saranno impiegati per eliminare un

misero 0,2 per cento del totale della produzione locale di

stupefacenti: del restante 99,8 per cento se ne dovranno

occupare le autorità afghane, che certo non potranno fare

molto”.

Ivanov rilancia la proposta russa di contrasto al narcotraffico

dall’Afghanistan, che prevede la completa distruzione di tutti i

campi coltivati ad oppio: una proposta che Mosca ha sottoposto

al Consiglio di Sicurezza dell’Onu e che punta ad una

risoluzione che conferisca alla produzione di droga lo status di

minaccia alla sicurezza mondiale. “Al contrario, la recente

risoluzione 1943/2010 che dichiara la droga una minaccia alla

stabilità mondiale non contempla una possibilità di distruggere

le piantagioni”, specifica l’esponente russo.

La Russia propone dunque la propria soluzione per il conflitto

afghano: incoraggiare contemporaneamente la conversione dei campi di oppio a coltivazioni di frutta e cereali, anche per contribuire agli sforzi di rilancio dell’economia dell’Afghanistan, che oggi sopravvive solo grazie agli aiuti internazionali.

Quella di Ivanov non è la prima voce critica verso l’approccio americano al contrasto al narcotraffico dall’Afghanistan: a giugno Pino Arlacchi, eurodeputato ed ex Alto Rappresentante Onu per la lotta alla droga, denunciò che la produzione di oppio nel paese asiatico, quasi debellata a metà del 2001, era fortemente aumentata dopo l’invasione Usa nell’autunno dello stesso anno.

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