Russia, semaforo verde a nuove privatizzazioni

Il nuovo quartiere finanziario di Mosca

Entro il 2015 il governo russo punta a vendere le quote di quasi 900 aziende statali e guadagnare così almeno 58 miliardi di dollari per ripianare il deficit di bilancio, che al momento raggiunge il 5,4% del PIL: lo ha annunciato ieri il vicepremier Igor Shaulov, aggiungendo che nel programma di dismissioni potrebbe rientrare il colosso petrolifero Rosneft.
Shuvalov ha precisato che tra il 2012 e il 2015 potrebbero essere vendute il 15% delle azioni Rosneft, cosa che ridurrebbe la quota azionaria del governo al 60%, ma ogni decisione al momento è prematura. Altra compagnia energetica in via di privatizzazione è la RusHydro, la prima azienda produttirce di energia idroelettrica russa (la seconda al mondo), di cui il governo punta a restare in possesso solo dell’8% delle quote entro il 2013.

Anche banche come Sberbank, Rosselkhosbank e VTB verranno inserite nel processo di privatizzazione: considerato che si tratta di un settore strategico, lo Stato conserverà una sorta di golden share, anche se Shaulov non esclude la possibile cessione del 100% delle quote di VTB, purchè ci sia un serio portafoglio di investitori che incrementi la capitalizzazione della banca.

Il governo russo punta poi a cedere quote in alcuni asset agricoli, come il 100% della OZK, la holding per l’export di grano, e almeno il 50% della Rosagrolising. La privatizzazione interesserà inoltre l’Aeroflot e la società di gestione dell’Aeroporto di Mosca-Sheremetevo, la RZD (le ferrovie russe) e la Sovkomflot, la compagnia che gestisce il trasporto marittimo di gas liquido e petrolio.

Non è la prima volta che nella Russia post-sovietica vengono avviati processi di privatizzazione: un primo tentativo, molto radicale, fu messo in atto nel 1992 dall’allora premier Egor Gaidar, diretto ad una rapida transizione dell’economia russa dal Piano al Mercato. Questa shock-terapy, dettata dal Fondo Monetario Internazionale, si risolse però in un vero fallimento, poichè Gaidar e il FMI avevano avuto l’assurda pretesa di applicare il concetto di “privatizzazione”, tipico di una matura economia di mercato, ad un paese che era appena uscito da 74 anni di economia pianificata e che del “mercato” non aveva nemmeno le strutture basilari.

La privatizzazione del 1992 si concluse infatti in una vera e propria farsa che vide protagonisti alti funzionari dell’amministrazione sovietica, velocissimi a riciclarsi come magnati monopolisti nel mercato delle materie prime, dopo aver saccheggiato con metodi palesemente fuorilegge il preziosissimo tesoro energetico dell’Urss, fatto di petrolio, gas, nikel, oro e diamanti.
Era nata la Russia dei vari Gushinskij, Berezovskij, Abramovic, Khodorkovskij: i cosiddetti oligarchi, che avrebbero dominato sul Cremlino di Eltsin fino alle dimissioni di questi, il 31 dicembre 1999.

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