Quando la Jugoslavia finì nel pallone

Gli scontri avvenuti martedì sera a Marassi, di cui si sono resi protagonisti gli ultrà nazionalisti serbi, non sono certo una novità per le tifoserie della ex Jugoslavia, dove il teppismo da stadio era comparso già a partire da metà anni Ottanta, con qualche anno di ritardo rispetto all’Europa occidentale. Risalgono al 1985 le prime cronache ufficiali di incidenti tra la tifoseria della Stella Rossa, i Delije (“Eroi”) e quella del Partizan di Belgrado, i Grobari (“Becchini”), quando erano ancora relegate ad un ambito di teppismo da stadio. Ma con l’esplosione delle istanze nazionaliste, ben presto gli ultras jugoslavi, sia serbi che croati, iniziarono ad intendere il proprio ruolo di supporters diversamente da come fino ad allora era stato: non più a sostegno di una squadra di calcio, bensì di un’identità. Questo nuovo modo di essere attecchì in maniera particolare presso gli ultras della Stella Rossa, che nella seconda metà degli anni Ottanta abbracciarono in pieno l’ideologia della “Grande Serbia” propugnata da Slobodan Milosevic. A cavallo tra gli Ottanta e i Novanta cominciano i primi incidenti di natura etnica contro gli albanesi, i macedoni e soprattutto i croati, il cui nazionalismo antiserbo stava ormai per esplodere come una bomba.

I “Grobari” del Partizan Belgrado

Il 19 marzo 1989, in occasione dell’incontro a Belgrado tra i croati della Dinamo Zagabria ed il Partizan, viene stipulata tra gli ultras di quest’ultima e i rivali della Stella Rossa una “santa alleanza serba” in ottica anticroata: dopo la gara, vinta 2 a 0 dalla Dinamo e caratterizzata da insulti da ambo le parti sugli spalti, i tumultuosi festeggiamenti dei croati (con bombe carta e fumogeni) diventa un’occasione di scontri per le strade con i Deljie e i Grobari, che alla fine causeranno il ferimento di 7 persone. Inutile l’invito alla pace rivolto ai tifosi dalle due squadre, che prima della partita erano scese in campo mantenendo uno striscione con la scritta “Jugoslavia”.

Il punto di non ritorno fu però oltrepassato il 13 maggio 1990, in occasione dell’incontro a Zagabria tra la Stella Rossa e la Dinamo. Proprio lì, una settimana prima, l’HDZ di Franjo Tudjman, partito dalle forti valenze indipendentiste, aveva trionfato alle elezioni politiche, amplificando all’ennesima potenza il già forte clima nazionalista antiserbo.

Il Comandante Arkan con le sue “Tigri”

Per tutta la mattina, prima che l’incontro avesse inizio, i Delije serbi si resero protagonisti di gravi atti di teppismo per le strade della città.
Ma il peggio doveva ancora arrivare: lo stadio “Maksmir” della capitale croata divenne quel giorno terreno di violentissimi incidenti (con tanto di accoltellamenti e lanci di sedie e bulloni) tra gli ultras della Dinamo, i Bad Blue Boys, e i Delije, abilmente guidati dal loro capo Zeliko Raznatovic, il futuro Comadante Arkan che negli anni successivi si sarebbe reso protagonista di orribili crimini durante la guerra 1991-95 assieme alle sue milizie, le famigerate “Tigri”, composte da ex ultras della Stella Rossa.

Di fronte agli slogan anticroati (“Zagabria è Serbia”), gli ultras della Dinamo tentarono una carica contro quelli della Stella Rossa e fu il caos: la polizia fu costretta a ricorrere a reparti antisommossa, autoblindo ed idranti per riportare la calma nello stadio e nelle strade adiacenti, dove gli scontri si erano trasferiti. Alla fine della giornata, si contarono 60 feriti tra ultras e poliziotti. La partita, ovviamente, non venne disputata.

Un’immagine degli incidenti a Zagabria: il numero “10” è Zvonimir Boban, futuro centrocampista del Milan, allora alla Dinamo

L’anno seguente, nella stagione 1990-91, l’incontro tra Dinamo Zagabria e Stella Rossa si svolse invece senza particolari incidenti. A giugno 1991, mentre la Stella Rossa festeggiava la sua prima ed unica Coppa dei Campioni, Slovenia e Croazia proclamarono la loro indipendenza da Belgrado, ritirando le relative squadre. Per il calcio jugoslavo fu l’inizio della fine, per la Jugoslavia fu l’inizio della tragedia.

Annunci