Morto Janaev, l’uomo del golpe contro Gorbaciov

Gennadi Janaev

Gennadi Janaev

L’ex vicepresidente dell’URSS Gennadi Janaev è morto oggi a Mosca all’età di 73 anni: grigio uomo d’apparato del PCUS, Janaev fu a capo del complotto che nel 1991 tentò di deporre, senza successo, l’allora presidente sovietico Michail Gorbaciov.
Esponente dell’ala conservatrice del Partito, ebbe una carriera politica abbastanza anonima fino al 1990, quando entrò a far parte del Politburo, il vertice del Partito Comunista.
Alla fine di quello stesso anno, di fronte alle difficoltà nel portare avanti le riforme economiche e strutturali previste dalla perestrojka e ai rigurgiti nazionalisti che ormai esplodevano in ogni angolo dell’URSS, Gorbaciov decise di cercare l’appoggio dei conservatori, spostando l’asse della sua politica a destra e nominando Janaev vicepresidente dell’Unione Sovietica.

Fu un grave errore: Gorbaciov perse da un lato l’appoggio dei suoi più fidati alleati riformisti, come Shevarnadze e Jakovlev, e dall’altro finì praticamente ostaggio di chi le riforme le avversava da sempre. Il sogno della perestrojka era ormai al tramonto e l’Unione Sovietica filava dritta verso l’anarchia, divisa tra repubbliche secessioniste, corruzione di funzionari che ormai speculavano su ogni genere di bene di consumo, e forze reazionarie che puntavano alla fine della glasnost’ e delle libertà da essa derivate e al ritorno ad un ruolo centrale ed autoritario del Partito.

Boris Eltsin

Boris Eltsin (sinistra) durante il golpe del 1991

Approfittando del caos che regnava dal Baltico al Pacifico, il 19 agosto 1991 un sedicente Comitato d’Emergenza composto da Janaev, dal premier Pavlov, dal capo del KGB Krjuckov, dal ministro della Difesa Jazov e da quello dell’Interno Pugo depose Gorbaciov, che in quei giorni si trovava in vacanza in Crimea. Fu il golpe più strampalato che la Storia ricordi: dopo aver comunicato al mondo che Gorbaciov era stato rimosso, i congiurati si rintanarono nel Cremlino mentre fuori i riformisti, guidati dal presidente russo Boris Eltsin organizzavano barricate contro una possibile azione di forza dell’Armata Rossa. Blitz che però non ci fu mai: non perchè le Forze armate stessero dalla parte di Eltsin, ma semplicemente perchè l’assurdità delle dichiarazioni del Comitato e la disillusione verso la perestrojka gorbacioviana portarono le forze di sicurezza a non schierarsi con nessuno. Semplicemente, si limitarono a guardare cosa accadeva.
Dopo tre giorni di “nulla”, i golpisti si arresero: il putsch era fallito. Il ministro Pugo si suicidò prima di essere arrestato, mentre gli altri congiurati furono presi in consegna dalle forze di sicurezza: secondo alcuni testimoni, Janaev fu ammanettato completamente ubriaco.

Gorbaciov e Eltsin

Gorbaciov attaccato da Eltsin dopo il golpe

Il resto è Storia: tornato dalla Crimea, Gorbaciov, nella prima conferenza stampa tenuta dopo il fallito golpe, fu pubblicamente accusato da Eltsin di aver  favorito quanto accaduto con la sua linea politica incerta. L’URSS era al crepuscolo. Nel Natale di quell’anno l’uomo della perestrojka si dimise dalla carica di presidente, e subito dopo la sua uscita di scena la bandiera rossa sovietica veniva ammainata dalle guglie del Cremlino.
Gennadi Janaev, detenuto in un carcere russo, sarebbe stato graziato tre anni più tardi dal presidente Eltsin. Dei due obiettivi che l’ex vicepresidente sovietico si era posto nell’agosto 1991 – far fuori Gorbaciov e rinverdire i fasti dell’URSS – solo uno era stato conseguito. Per l’altro, gli eventi avevano preso la strada opposta.

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