Bielorussia, morte sospetta di un giornalista “scomodo”

Si chiamava Oleg Bjabenin, aveva 36 anni ed era una voce scomoda per il regime bielorusso: fondatore e redattore del portale giornalistico Chartja ’97, uno dei pochi esempi di informazione indipendente nella Bielorussia di Aleksander Lukashenko, Bjabenin è stato trovato impiccato venerdì nella sua casa a Dzerzhinsk, periferia di Minsk: era scomparso martedì senza lasciare tracce. La polizia locale ha subito dichiarato che si è trattato di un suicidio: le bottiglie di alcolici vuote trovate vicino al corpo sarebbero, secondo gli inquirenti bielorussi, la prova evidente che Bjabenin soffriva di una grave forma di depressione, cosa che dunque l’avrebbe spinto a togliersi la vita.
L’autopsia effettuata non avrebbe riscontrato segni di violenza sul suo corpo e perciò confermerebbe la versione del suicidio, ma nessuno dei suoi colleghi di Chartja ’97 crede a questa ipotesi: “Oleg aveva una moglie e due bambini, era una persona vitale, piena di progetti – ha dichiarato Andrej Sannikov, che con Bjabenin condivideva da sempre gli ideali di Chartja ’97 -, niente lascia ipotizzare che le cose siano andate come dicono le autorità. Non ha lasciato un messaggio ai suoi cari, nemmeno un sms che lasciasse trasparire un minimo di idee di farla finita. Era un importante attivista e giornalista d’opposizione che sapeva bene i rischi a cui andava incontro: in passato è stato minacciato e arrestato. Non escludo che le autorità o le forze speciali c’entrino in questa faccenda”.

Sannikov non sembra perciò avere dubbi: Bjabenin è stato “suicidato”. Con le sue parole il candidato d’opposizione che sfiderà Lukashenko alle prossime elezioni presidenziali e  alla cui campagna elettorale ha lavorato proprio Bjabenin, fa chiaro  riferimento ad alcune intimidazioni subite negli ultimi anni dal suo amico e collega, come quando, nel 1997, venne misteriosamente sequestrato o quando, nel 1999, un anno dopo la nascita di Chartja ’97, fu aggredito e ridotto in fin di vita da ignoti.

Anche all’estero la strana morte di Bjabenin ha suscitato dubbi e perplessità: nessuno, nemmeno in Russia, sembra credere alla versione del suicidio. “Dopo l’ascesa al potere di Lukashenko la Bielorussia è stata teatro di misteriose morti e sparizioni di giornalisti non allineati e di oppositori”, ha ricordato l’emittente radiofonica internazionale del governo Voice of Russia (l’erede di quella Radio Mosca di sovietica memoria), mentre il canale televisivo russo Vesti ha definito quantomeno “frettolosa” la conclusione del suicidio a cui sono giunti gli inquirenti di Minsk.
Dure critiche sono giunte da Reporters Sans Frontière, che ha invitato i paesi confinanti con la Bielorussia a non seguire il “cattivo esempio Lukashenko” nelle relazioni con i media.
Sconcerto e consternazione sono stati espressi  dall’organizzazione non governativa British Index of Censorship, attraverso il suo portavoce Mike Harris: “La morte di Bjabenin riporta la Bielorussia al triennio 1997-1999, quando molti dissidenti furono fatti sparire e lo stesso Bjabenin subì vari e misteriosi agguati”.

Anche l’Europa è intervenuta sulla questione, attraverso il presidente dell’Europarlamento Jerzy Buzek, che ha chiesto alle autorità di Minsk di fare piena luce sulla morte dell’attivista.
Tra le voci giunte finora dall’Italia c’è quella del giornalista ex corrispondente da Mosca ed ex europarlamentare Giulietto Chiesa, che ritiene che questa morte, più simile ad un omicidio che ad un suicidio, finirà per ritorcersi contro lo stesso Lukashenko.

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