L’Asia ex sovietica alla guerra per l’acqua

Impianto idroelettrico

Impianto idroelettrico sul fiume Naryn

La profezia di molti analisti secondo cui le guerre del futuro avranno come obiettivo la conquista dei bacini idrici del pianeta sembra diventare realtà in Asia Centrale, dopo che il Kirghizistan ha inaugurato alla fine di agosto una  centrale idroelettrica, che rischia di privare il Tagikistan e soprattutto l’ Uzbekistan di buona parte delle acque del fiume Syr Darya.
La nuova centrale è infatti stata costruita sul bacino idrico del Toktogul, da dove poi il fiume Naryn si incanala verso l’Uzbekistan e confluisce nel Syr Darya: il governo uzbeko è infatti preoccupato per i possibili contraccolpi che l’impianto potrà avere sulle coltivazioni di cotone nella confinante Valle di Fergana,  che viene alimentata dalle acque di numerosi fiumi che nascono in Kirghizistan, incluso appunto il Naryn: il timore è che lo sfruttamento delle acque a monte (in Kirghizistan) possa provocare siccità a valle (Uzbekistan).

Del resto i governi di kirghizo e uzbeko non sono ancora riusciti a trovare un accordo su un equo sfruttamento del Syr Darya. Nonostante una convenzione Onu sulla gestione dei corsi d’acqua transnazionali vieti alle nazioni a monte di sfruttare la risorsa idrica come una merce a scapito di quelle a valle, il Kirghizistan vende acqua all’Uzbekistan, in cambio di gas e petrolio. Lo sfruttamento intensivo dei corsi d’acqua nella Valle di Fergana da parte dell’Uzbekistan ha però spesso comportato carenze energetiche in Kirghizistan, a cui, per via dei consistenti debiti pregressi, Tashkent ha pure tagliato le forniture di gas e petrolio: per questo Bishkek ha avviato tre anni fa il colossale progetto dell’impianto idroelettrico Kambarata-2, che oggi dovrebbe finalmente consentire al Kirghizistan l’autosufficienza energetica, senza contemporaneamente danneggiare l’economia uzbeka. Ma Tashkent resta di parere opposto.

Valle di Fergana

Cartina della Valle di Fergana (Uzbekistan)

La centrale di Kambarata-2 rappresenta comunque un traguardo importante per il martoriato paese centroasiatico: costato oltre 200 milioni di dollari (parte del megaprestito da 300 milioni erogato dalla Russia), sarà in grado di sviluppare energia fino a 700 milioni di kw/h all’anno, che in parte potrà essere esportata, contribuendo a migliorare il disastrato PIL locale. “L’oro e l’elettricità sono le ali della nostra economia – ha commentato il presidente kirghizo Roza Otunbajeva all’inaugurazione. – Ora potremo vivere meglio sia d’estate che d’inverno, e migliorare il nostro export”.

Il complesso idroelettrico sul bacino del Toktogul è il primo  ad essere inaugurato in uno stato ex sovietico dai tempi del collasso dell’Urss: l’ultima centrale era stata terminata nel 1990. La produzione di energia dai fiumi era stata per anni un punto cardine della politica infrastrutturale sovietica, tanto che Stalin aveva imposto che il primo Piano Quinquennale (1929-1933) avesse come obiettivo l’elettrificazione del Paese: del resto, l’epopea della colonizzazione della Siberia, su cui il leader georgiano basò buona parte del suo culto della personalità, aveva avuto come simbolo proprio le centrali idroelettriche.