L’Unione Europea alla riconquista di Varsavia

Il neo-presidente polacco Komorowski

Bronislav Komorowski

Se il recente ballottaggio presidenziale in Polonia doveva essere un’occasione per dare forza e consenso al governo del primo ministro Donald Tusk, la vittoria di Bromislaw Komorowski con appena il 53% dei voti, rappresenta invece un serio interrogativo per il premier.
Il neo-eletto presidente Komorowski appartiene a Platforma Obywatelska (Piattaforma Civica), schieramento moderato di centrodestra che si rifà alla cultura cattolico-liberale, di cui è membro lo stesso Donald Tusk: questa vittoria perciò dovrebbe garantire al governo la possibilità di attuare rapidamente le riforme strutturali, necessarie ad un prossimo ingresso della Polonia nell’area Euro. Del resto Tusk, in carica dal 2007 dopo aver vinto le elezioni politiche, aveva già provato a lanciare riforme economiche e liberalizzazioni in ottica Ue, su cui però l’allora presidente Lech Kaczynski aveva posto costantemente il veto.
Ma una vittoria così esigua di Komorowski non è un segnale positivo né per il premier, né per l’Europa: se Varsavia vuole restare sul treno dell’Ue ed adottare l’Euro entro il 2015, dovrà necessariamente porre in essere misure economiche drastiche, quali tagli alla spesa pubblica, innalzamento dell’età pensionabile, riforma del welfare, nuove privatizzazioni di settori produttivi e servizi statali, incluse la sanità e l’istruzione. Per promuovere un simile pacchetto di (dolorose) riforme, a Piattaforma Civica avrebbe fatto sicuramente comodo un consenso più ampio per il proprio candidato, ma così non è stato: un elettore polacco su due ha scelto l’antieuropeista Jaroslaw Kaczynski, e ciò va considerato anche, e soprattutto, nell’ottica delle elezioni politiche del 2011, che, se venissero vinte dall’opposizione, potrebbero in teoria portare nuovamente la Polonia ad avere un presidente ed un primo ministro che si muovono su versanti politici opposti. L’asse di governo Tusk-Komorowski dispone perciò di pochissimo tempo per dar vita alle riforme che Bruxelles chiede, ma vista l’alta impopolarità delle misure da adottare è molto probabile che Tusk non imporrà subito iniziative severe ad un paese in cui il 47% dell’elettorato ha votato per il candidato euroscettico.
Komorowski, del resto, in campagna elettorale si è lasciato andare spesso a promesse riguardanti l’aumento di stipendi e pensioni e la difesa degli asset di proprietà dello Stato, in stridente contrasto con la politica di rigore nei conti pubblici che Tusk probabilmente sarà costretto a varare dopo le elezioni politiche: secondo infatti il quotidiano Rzeczpospolita, mantenere le promesse del presidente costerebbe ai contribuenti oltre 33 miliardi di zloty (circa 8 miliardi di euro).

Lech Kaczynski e Donald Tusk

Lech Kaczynski con Donald Tusk

Mai come in questi ultimi anni le vicissitudini della Polonia si sono legate a quelle dell’Europa. Varsavia è diventata membro dell’Unione Europea nel 2004 ma, raggiunto questo traguardo impensabile solo quindici anni prima, il processo di integrazione si è di fatto bloccato: l’Europa è nelle bandiere blu con le stelle oro che campeggiano sui palazzi delle istituzioni accanto a quelle bianco-rosse polacche, ma il senso di appartenenza ad un grande progetto transnazionale qual è l’Unione Europea ha attecchito solo nelle grandi città e per lo più in fasce di popolazione giovane, con livello di istruzione superiore e con reddito medio-alto, abituata a viaggiare e ad interfacciarsi con l’estero.
C’è però un’altra Polonia, quella rurale, dei pensionati e degli operai, che non ha ancora colto alcun beneficio dall’ingresso nell’Ue, né tantomeno ha visto migliorare la propria condizione con la fine dell’economia pianificata. Questo elettorato, che si mostra soprattutto impaurito dall’idea di perdere parte della propria sovranità, è il serbatoio di voti del PiS (Prawo i Sprawiedliwosc, letteralmente “Diritto e Giustizia”), il partito fondato dal 2001 dai gemelli Kaczynski. L’“eurofobia” di questa Polonia, per quanto assurda oggi possa sembrare, ha fondamenti del tutto logici in un paese che storicamente è stato terra di conquista, e che nel secolo scorso ha conosciuto prima l’annessione alla Germania nazista e poi la soffocante influenza sovietica: non è un caso che Jaroslaw Kaczynski abbia ottenuto alte percentuali di consenso proprio in piccoli centri rurali ubicati nelle regioni dell’Est, dove la popolazione guarda verso il confine sempre con la preoccupazione che da lì possa giungere un esercito invasore.

Lech e Jaroslaw Kaczynski

Jaroslaw Kaczynski (a destra) il gemello Lech

E adesso che il prossimo traguardo per Varsavia si chiama Euro, la Polonia sembra divisa anche nel suo approccio alla moneta unica: c’è entusiasmo in chi vede la nuova valuta comune come una grande occasione di apertura al mondo, ci sono timori in chi invece la considera come fonte di sacrifici, tagli e rincari che alla fine non porteranno alcun ritorno per gran parte della popolazione.
Per questo le future scelte politiche di Komorowski e di Tusk non potranno non considerare che il 47% degli elettori ha dato fiducia ad un candidato che si è sempre fatto portatore degli interessi nazionali prima di quelli esteri, che ha promesso di interrompere i troppo stretti rapporti tra la politica ed il mondo degli affari e della finanza, e di salvaguardare la presenza dello Stato nell’economia: cavalli di battaglia che in Occidente possono sembrare certo “populisti”, ma sono vincenti nelle aree depresse, dove la parola “Stato” vuol dire ancora garanzia di sussistenza per le fasce deboli della popolazione e dove molti, soprattutto anziani, rimpiangono la sicurezza sociale dell’epoca comunista. Lo sa bene Jaroslaw Kaczynski, che, nonostante le sue posizioni fieramente anticomuniste, in un discorso a pochi giorni dal ballottaggio ha citato positivamente Edward Gierek, segretario comunista negli anni Settanta, le cui politiche di sviluppo sociale sono ancora ricordate positivamente specie nell’Est del paese, dove il passaggio all’economia di mercato ha avuto un impatto molto costoso sulla società.

Gli stabilimenti della FIAT in Slesia

Gli stabilimenti della FIAT in Slesia

Lo sviluppo economico della Polonia post-comunista è stato alquanto squilibrato: gli investimenti, soprattutto quelli esteri, si sono concentrati prevalentemente in zone industriali come Danzica o la Slesia già dotate di infrastrutture, mentre le regioni orientali, caratterizzate da un’economia rurale e di fatto prive di attrattive economiche, si sono incamminate verso il declino. Oggi un quarto dei polacchi lavora lontano dalla propria città d’origine: secondo i dati dell’Ufficio Statistico Centrale, nella sola Varsavia vivono almeno 500mila “immigrati interni”, provenienti soprattutto dal sud-est del paese.

Ce n’è abbastanza per comprendere come l’exploit di Jaroslaw Kaczynski non possa essere ricondotto ad un voto di solidarietà dopo la morte del gemello Lech, né tantomeno ad un semplice voto di protesta. I polacchi vogliono certezze, ed evidentemente il 47% di loro non ha fiducia nella coppia Komorowski-Tusk che ora ha la sicurezza di governare, almeno per un anno, la Polonia: e proprio sul breve periodo il nuovo presidente è chiamato a riconquistare la fiducia di chi non ha votato per lui.
Piattaforma Civica ha ora l’opportunità di mostrare di essere un vero partito riformista, capace di traghettare a pieno la Polonia nell’Euro: Tusk dispone dei numeri per attuare riforme che siano nell’interesse dell’intero paese, e con l’appoggio di un presidente proveniente dal suo stesso partito non può più giustificare l’immobilismo politico con i veti posti negli anni da Lech Kaczynski.
Le elezioni politiche del prossimo anno saranno il primo vero banco di prova per il governo liberale, ma se da un lato Tusk probabilmente vi arriverà evitando di adottare misure drastiche ed impopolari per non rischiare la sconfitta, dall’altro commetterebbe un grave sbaglio a non dare almeno un incipit a quelle riforme strutturali, per la cui realizzazione gli elettori gli hanno dato mandato: la Polonia ha molta strada da recuperare sulla via dell’integrazione europea, e deve iniziare a percorrerla fin da subito. Sprecare un altro anno su posizioni attendiste finirebbe per mostrare all’elettorato una premier ed un presidente incapaci di governare e di prendere decisioni importanti, il che comporterebbe una quasi sicura sconfitta elettorale: ciò vorrebbe dire rinviare sine die le riforme che servono al paese e perdere ancora una volta il treno per l’Europa.

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