Il 25 luglio di trent’anni fa moriva Vladimir Vysotskij

Vladimir Vysotskij in una delle sue ultime immagini (RIA Novosti)

Un attacco cardiaco se lo portò via nelle prime ore del 25 luglio 1980, a soli 42 anni. La notizia della sua morte fu resa nota da un cartello appeso alla biglietteria del Teatro Taganka di Mosca, della cui compagnia faceva parte dal 1964 e di cui era l’emblema: “L’attore Vladimir Vysotskij è morto”.  Ma nessuno degli spettatori che avevano comprato il biglietto per assistere allo spettacolo di quella sera ne chiese il rimborso, perchè quel biglietto valeva più dell’oro: era un segno di appartenenza ad un fenomeno sociale che era cresciuto nell’Urss brezneviana degli anni Settanta.
La stampa e la TV sovietica tacquero sulla sua scomparsa, un po’ perchè in quei giorni Mosca era impegnata ad ospitare l’Olimpiade e quindi i riflettori dovevano essere puntati solo sull’evento sportivo, ma soprattutto perchè Vladimir Semjonovic Vysotskij era un artista scomodo al Cremlino. Attore, poeta e cantautore, a partire dalla fine degli anni Sessanta Vysotskij aveva scritto ed interpretato brani molto critici verso il potere, diventando per l’Urss quello che in Italia erano voci “contro” come Fabrizio De Andrè e Pierpaolo Pasolini.

Ufficialmente, la sua discografia è costituita da un solo lavoro: figlie del disgelo culturale di primissimi anni Sessanta, le sue canzoni erano cariche di denunce sulle tare del sistema sovietico, tanto da rendere Vysotskij ben presto inviso alle autorità, che ne tollerava le interpretazioni teatrali alla Taganka, ma ne aveva di fatto bloccato la carriera come cantautore. O almeno pensava di averla bloccata: sebbene censurato dal regime, Vysotskij riuscì comunque a divulgare le proprie canzoni grazie a registrazioni su musicassette autoprodotte clandestinamente, una sorta di samizdat musicali che negli anni Settanta l’avevano fatto diventare una vera e propria icona del dissenso in Urss.

I brani di Vysotskij, a partire dal leggendario Okhota na volkov (Caccia ai lupi), davano voce all’universo dei derelitti e degli esclusi della società sovietica, la cui esistenza, negata dal regime, stava a simboleggiare il mancato raggiungimento della società perfetta enfatizzata dalla propaganda: decine di milioni di persone potevano ascoltare le sue parole di protesta grazie alle cassette pirata che invadevano l’Urss, oltre a quelli che riuscivano ad assistere ai suoi concerti, organizzati alla men peggio in luoghi segreti, ma sempre stracolmi di gente puntualmente informata  dell’evento da un “tam-tam” clandestino.
Tutto ciò aveva reso Vysotskij un vero mito, simbolo dell’emergere in Urss di una cultura che oggi potremmo definire “underground”, capace di calamitare l’interesse di un pubblico molto più vasto di quello che normalmente si raccoglieva intorno all’allora intelligencija sovietica.

Il Kgb sapeva probabilmente che Vladimir Vysotskij non si esibiva solo al Teatro Taganka, ma di certo ignorava quanto capillare fosse il suo circuito musicale clandestino: furono i suoi funerali a far capire alle autorità sovietiche di quale enorme popolarità egli godesse. Il 28 luglio 1980 una folla oceanica si riunì intorno alla Taganka per dare l’addio al proprio idolo e per celebrarne l’immortalità: si trattava decine di migliaia di persone, decisamente troppe per i funerali di un attore sulla carta poco conosciuto, che aveva pubblicato un solo disco “ufficiale”, della cui scomparsa i giornali non avevano parlato e di cui aveva dato notizia solo un cartello del Teatro in cui si esibiva.
Fu dinanzi a quella prima grande manifestazione spontanea dell’era sovietica che il Cremlino comprese che il pensiero di Vysotskij era riuscito ad andare oltre le maglie della censura.

E oggi la sua Mosca, ma soprattutto la gente che non ha mai smesso di amarlo e di ascoltarlo, gli ha reso omaggio: solenni celebrazioni si sono svolte stamattina al cimitero di Vagankovskoje, dove l’artista è sepolto, con deposizione di fiori sulla sua tomba, mentre altre manifestazioni sono state tenute nel pomeriggio al Museo Vysotskij, presso il Teatro Taganka.
Inoltre, per l’occasione è stata allestita a Mosca una mostra fotografica a lui dedicata, con immagini della sua carriera ed altre, rarissime, scattate il giorno dei suoi funerali.

Un attacco cardiaco se lo portò via nelle prime ore del 25luglio 1980, a soli 42 anni. La notizia della sua morte fu resanota da un cartello appeso alla biglietteria del Teatro

Taganka, della cui compagnia faceva parte dal 1964 e di cui

era l’emblema: “L’attore Vladimir Vysotskij è morto”.  Ma

nessuno degli spettatori che aveva comprato il bilglietto per

assistere allo spettacolo di quella sera ne chiese il rimborso,

perchè quel biglietto valeva più dell’oro: era un segno di

appartenenza ad un fenomeno sociale che era cresciuto

nell’Urss brezneviana degli anni Settanta.
La stampa e la TV sovietica tacquero sulla sua scomparsa,

un po’ perchè in quei giorni Mosca era impegnata ad

ospitare l’Olimpiade, ma soprattutto perchè Vladimir

Semjonovic Vysotskij era un artista scomodo al Cremlino.

Attore, poeta e cantautore, a partire dalla fine degli anni

Sessanta Vysotskij aveva scritto ed interpretato brani molto

critici verso il potere, diventando per l’Urss quello che in

Italia potevano essere voci “contro” come Fabrizio De Andrè

e Pierpaolo Pasolini.

Ufficialmente, la sua discografia è costituita da un solo

album: figlie del disgelo culturale di primissimi anni

Sessanta, le sue canzoni erano cariche di denunce sulle

tare del sistema sovietico, tanto da renderlo ben presto reso

inviso alle autorità, che ne tollerava le interpretazioni

teatrali alla Taganka di Mosca, ma ne aveva di fatto

bloccato la carriera come cantautore. O almeno pensava di

averla fermata: sebbene censurato dal regime, Vysotskij

riuscì comunque a divulgare le proprie canzoni grazie a

registrazioni su musicassette autoprodotte, una sorta di

samizdat musicali, che negli anni Settanta l’avevano fatto

diventare una vera e propria icona del dissenso in Urss.

I brani di Vysotskij, a partire dal leggendario Okhota na

volkov (Caccia al lupo), davano voce all’universo dei

derelitti ed degli esclusi della società sovietica, la cui

esistenza stava a simboleggiare il mancato raggiungimento

della società perfetta enfatizzata dalla propaganda: decine

di milioni di persone potevano ascoltare le sue parole di

protesta grazie alle cassette pirata che invadevano l’Urss,

oltre a quelli che riuscivano ad assistere ai suoi concerti,

organizzati alla men peggio in luoghi segreti, sempre

stracolmi di un pubblico informato puntualmente dell’evento

con un “tam-tam” clandestino. Tutto ciò aveva reso Vysotskij

un vero mito, simbolo dell’emergere di una cultura che

potremmo definire “undreground”, capace di calamitare

l’interesse di un pubblico molto più vasto di quello che

normalmente si raccoglieva intorno all’allora intelligencija

sovietica.

Il Kgb sapeva probabilmente che Vladimir Vysotskij non si

esibiva solo al Teatro Taganka, ma di certo ignorava quanto

capillare fosse il suo circuito musicale clandestino: furono i

suoi funerali a far capire alle autorità sovietiche di quale

enorme popolarità egli godesse. Quel giorno di fine luglio di

trent’anni fa, una folla oceanica si riunì intorno alla Taganka

per dare l’addio al proprio idolo e per celebrarne

l’immortalità: si trattava decine di migliaia di persone,

decisamente troppe per i funerali di un attore

“ufficialmente” poco conosciuto, che aveva pubblicato un

solo disco “ufficiale”, della cui scomparsa i giornali non

avevano parlato e di cui aveva dato notizia solo un cartello del Teatro in cui si esibiva. Fu dinanzi a quella prima grande manifestazione spontanea dell’era sovietica che il Cremlino comprese che il pensiero di Vysotskij era riuscito ad andare oltre le maglie della censura.