In Kosovo c’è il rischio di ripetere gli errori del 1991

Sarajevo, 1992: Il Palazzo del Governo bosniaco in fiamme

Joe Biden e Hillary Clinton, rispettivamente vicepresidente e segretario di Stato Usa, sono stati molto espliciti nel commentare il parere con cui la Corte Internazionale di Giustizia dell’Aja ha di fatto sancito la non illegittimità della dichiarazione d’indipendenza kosovara del 2008: “Ora il mondo riconosca l’indipendenza di Pristina”.
Il ministro degli Esteri europeo Ashton ha fatto da coro: “Il futuro della Serbia e del Kosovo è quello di due stati sovrani all’interno dei confini dell’Unione Europea”.

La superficialità con cui l’Occidente si sta approcciando alla questione è alquanto pericolosa. Sembra che la tragedia delle guerre balcaniche 1991-1995 non abbia lasciato segno nella memoria, eppure sono trascorsi appena 15 anni dalla fine di quel bagno di sangue scatenato dalla follia nazionalista serba e croata e dai clamorosi errori di valutazione che le cancellerie europee ed americana commisero di fronte alle istanze separatiste slovena, bosniaca e soprattutto croata.

Quando Zagabria nel 1991 dichiarò la propria indipendenza, l’Europa e gli Usa commisero l’imperdonabile errore di sostenere questa politica secessionista, pur di indebolire l’allora Jugoslavia, che poteva ancora essere ritenuto un paese “amico” dell’Unione Sovietica anche se non faceva parte del Patto di Varsavia.
Solo alcuni, tra cui l’allora ministro degli Esteri italiano Gianni De Michelis, misero in guardia – senza successo – la comunità internazionale dal prendere decisioni affrettate sul riconoscimento della Croazia: il motivo era che oltre sessant’anni di vita comune sotto il tetto unico della Federazione Jugoslava avevano fatto sì che l’etnia serba, quella croata e quella bosniaca formassero numerose “enclavi” in territori con diversa maggioranza etnica. Se durante gli anni di Tito ciò non aveva mai rapprensentato un problema, con la morte del Maresciallo e l’ascesa di figure fortemente nazionaliste come Slobodan Milosevic in Serbia e Franjo Tudjman in Croazia la frammentazione etnica era diventata una bomba a tempo.
Ecco perchè, prima di avallare l’indipendentismo di Zagabria, le diplomazie,  europea ed americana in primis, avrebbero dovuto discuterne le conseguenze in sede Onu o in un’apposita conferenza internazionale, per far sì che le istanze secessioniste fossero accompagnate dalla garanzia di rispetto dei diritti delle varie minoranze etniche. Sappiamo invece poi tutti come è andata a finire, ed in che modo Serbia e Croazia hanno “tutelato” le proprie enclavi: e tutto questo accadde perchè nei confronti della Jugoslavia fu adottato un approccio da Guerra Fredda, quando ormai la Guerra Fredda era finita.

Tudjman e Milosevic

Franjo Tudjman e Slobodan Milosevic

Oggi con il Kosovo quell’approccio si ripresenta: l’Occidente e soprattutto gli Usa (che dispongono a Ferisaj di una delle più grandi basi militari in Europa) sostengono l’indipendenza di Pristina, ma a oltre dieci anni dalla fine dell’occupazione jugoslava della provincia, il governo kosovaro non ha ancora chiarito la sua posizione sul rispetto dei diritti della minoranza serba che vive lì da secoli e che considera il Kosovo come simbolo della propria “identità nazionale”.
Per questo motivo, se si torna con la memoria alle guerre di inizio anni Novanta, risulta alquanto criticabile la leggerezza con cui le cancellerie occidentali stanno sostenendo il processo d’indipendenza di Pristina. C’è una sorta di convinzione che eliminato il “panserbismo” di Milosevic, non ci sia più il rischio di rigurgiti nazionalisti ad infiammare i balcani meridionali.  Ecco un altro sbaglio. Perchè Milosevic era nazionalista, come nazionalista era il suo principale oppositore Drazkovic (che pure l’occidente riteneva un “democratico”), come nazionalista era anche il suo successore Kostunica, che ne causò la caduta e l’arresto:  di fronte al Kosovo, la cui componente etnica è stata mutata dalla massiccia immigrazione albanese, i Serbi di ogni schieramento politico si trovano uniti a difendere ciò che rappresenta l’origine della loro nazione.
Di certo non sussistono più quelle condizioni che portarono i Balcani a colorarsi di sangue vent’anni fa, ma questo non deve lasciar pensare che il processo d’indipendenza del Kosovo possa risolversi in maniera indolore: c’è una minoranza etnica, quella serba, che ora rischia ingiustamente di pagare per crimini commessi da altri, ed adottare verso di essa un atteggiamento simile significherebbe gettare benzina sul fuoco.

Il problema più grave è che di Kosovo nel mondo ce ne sono parecchi: al precedente di Pristina fanno riferimento molte regioni del pianeta, dal Caucaso ai Paesi baschi in Spagna, dallo Xinjang cinese a Cipro del Nord, che ora hanno un pialstro in più su cui poggiare le loro velleità indipendentistiche.

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