Le Rivoluzioni dei Fiori appassiscono ad Est

L’accordo firmato lo scorso 21 aprile tra il presidente russo Medvedev ed il suo omologo ucraino Janukovic, che prevede per Kiev l’acquisto di gas russo a prezzo ridotto in cambio della concessione a Mosca, fino al 2042, della storica base navale di Sebastopoli, sulla carta è sembrato essere vantaggioso solo per l’Ucraina. La realtà è che dietro quell’accordo ci sono due rilevanti aspetti geopolitici, entrambi di enorme vantaggio per la Russia. Il primo riguarda il gasdotto South Stream, attualmente in progettazione, per il trasporto del gas russo verso l’Europa transitando sotto il Mar Nero: la flotta russa di stanza a Sebastopoli sarà destinata così ad un ruolo di tutela della preziosa condotta, su cui Mosca punta molto per incrementare sensibilmente il suo export di gas verso un Occidente che risulterebbe sempre più vincolato all’energia russa.
C’è poi un secondo aspetto, dai contorni prettamente militari: se si considera che appena nel 2008 l’allora presidente ucraino, il filo-occidentale Jušchenko, dando per imminente l’adesione del suo Paese alla NATO aveva annunciato lo “sfratto” della flotta russa dal Mar Nero, ci si può rendere conto che, con quell’accordo sullo scambio gas-base navale, Medvedev ha allontanato, forse definitivamente, la NATO dall’Ucraina, sancendo il tramonto di quella penetrazione USA nello spazio ex sovietico che aveva trovato il suo “cavallo di Troia” nelle cosiddette “Rivoluzioni dei Fiori”.

VOGLIA DI COLORE. Le Rivoluzioni dei Fiori sono state un fenomeno del tutto nuovo nel panorama politico dell’ex URSS, non solo per le immagini accattivanti scelte come simboli (la Rosa in Georgia nel 2003, l’Arancio in Ucraina nel 2004, il Tulipano in Kirgyzstan nel 2005) a sottolineare la somiglianza con le organizzazioni partitiche occidentali, ma anche per la massiccia partecipazione popolare alle manifestazioni di piazza.
Proprio la piazza era stata la grande assente in occasione della caduta del comunismo in Unione Sovietica nel 1991: se in Ungheria, Polonia, Bulgaria, Cecoslovacchia, Romania e Germania Est i regimi comunisti si erano sgretolati sotto i colpi di oceaniche manifestazioni guidate dal carisma politico di intellettuali ed ex dissidenti, come ad esempio Vaclav Havel, Lech Walesa e Tadeusz Mazowiecki, l’URSS collassò per volontà degli stessi dirigenti del PCUS allora al potere nelle varie Repubbliche, senza che la piazza avesse alcun peso o venisse interpellata su questa decisione.
Così, durante tutti gli anni Novanta, mentre le nazioni dell’Est Europa si avviavano lentamente verso forme di democrazia compiuta, i paesi di recente indipendenza nati dall’URSS finivano per diventare feudi di ex apparatčiki del Partito Comunista, abili nell’aver cambiato casacca, ma incapaci di proporsi come una reale novità politica.

Nella prima metà degli anni 2000 quel popolo indifferente sembrò improvvisamente destarsi dal suo torpore ed essere pervaso da una “voglia di partecipazione”: nell’autunno del 2003 in Georgia, un giovane avvocato formatosi negli USA, Mikeil Saakashvili, alla guida di un movimento popolare che chiedeva riforme democratiche nel paese riuscì a far dimettere il presidente in carica Eduard Shevarnadze (ex ministro degli Esteri di Gorbaciov) e a farsi eleggere Capo dello Stato; l’anno dopo, alla fine del 2004, l’ex premier ed uomo d’apparato Viktor Jušchenko e l’ex vicepremier Julija Timoshenko percorsero la medesima strada in Ucraina, accusando il neoeletto presidente Viktor Janukovic di aver vinto le elezioni grazie a brogli e riuscendo ad ottenere la ripetizione della consultazione, vinta poi da Jushenko; infine nel marzo 2005, in Kirgyzstan, il presidente Akajev, in carica dal 1991, fu deposto da un movimento popolare guidato dall’ex premier Kurmanbek Bakiev, che si proponeva di portare il paese verso la democrazia.

CONSULENZE ESTERNE. I  vari movimenti guadagnarono un enorme consenso popolare grazie ad una mirata politica di marketing politico, che esaltava l’esigenza di creare una vera democrazia per ridare al popolo quella sovranità che governi, accusati di essere “autoritari e filorussi”, esercitavano per conto di Mosca: l’ aspirazione delle Rivoluzioni dei Fiori era dunque diventare per l’ex Unione Sovietica ciò che le rivoluzioni democratiche del 1989 erano state per i paesi satelliti dell’URSS, ovvero una sorta di “onda lunga” che, partita con il crollo del Muro di Berlino, avrebbe dovuto travolgere il Cremlino. In realtà, esse nascevano già con un difetto congenito che le avrebbe portate nel giro di poco al fallimento: la mancanza di quella genuinità e di quella spontaneità che invece erano state fondamentali per il crollo del comunismo in Europa Orientale.

Dietro le Rivoluzioni Arancio, delle Rose e dei Tulipani, che sicuramente avevano avuto il merito di fiutare il malcontento che serpeggiava nei paesi dove avevano avuto luogo, c’era infatti anche un indiretto sostegno del Dipartimento di Stato americano e del National Security Council, finalizzato innanzitutto a ridimensionare i progetti della Russia di Putin di ricreare nello spazio ex sovietico una nuova sfera d’influenza russa, soprattutto in aree strategiche per l’estrazione degli idrocarburi. I timori americani erano rivolti all’equidistanza da Washington e Mosca ostentata fino al 2003 dai governi georgiano, ucraino e kirgyzo: per l’Amministrazione USA in quei paesi dall’enorme importanza geopolitica (sia per la guerra in Iraq ed Afghanistan che per il commercio di gas e petrolio), bisognava avere uomini fidati, capaci di fare da diga alle mire di Putin e di impedire una presenza di Mosca nell’area.

È per questo che Saakashvili, Jušchenko e Bakiev fin dal 2003 poterono disporre di cospicui fondi erogati da alcune fondazioni vicine all’amministrazione Bush e da ONG legate ai partiti Democratico e Repubblicano, che gli consentirono di disporre di risorse economiche, mass-media ed esperti di marketing politico capaci di rendere appetibile agli elettori i loro programmi politici dal carattere essenzialmente populista: una forza d’urto enorme, che consentì a tutti e tre di imporsi con facilità alle rispettive elezioni presidenziali.

IL FLOP. Nel contesto ex sovietico, socialmente e storicamente diverso da quello degli altri paesi ex socialisti, una politica priva di sostanza creata dal marketing, unita alla mancanza di un reale impulso politico proveniente dal basso ed al mediocre profilo dei protagonisti delle Rivoluzioni dei Fiori, non poteva che portare al fallimento di queste ultime.

Jušchenko, incapace di attuare le riforme promesse per i continui contrasti con la sua ex alleata Timoshenko, per tutto la durata del mandato ha cercato consenso tramite i suoi strali in chiave anti-russa, ma è stato pesantemente sconfitto da Janukovic alle elezioni presidenziali dello scorso febbraio, racimolando un misero 5%, chiaro segnale di sfiducia verso le sue promesse da parte dell’elettorato; Bakiev, anch’egli incapace di portare in Kirgyzstan il benessere promesso, è stato deposto da una sommossa popolare ad inizio aprile ed è fuggito in Bielorussia tra le accuse di corruzione e nepotismo.

L’unico “fiore” che ancora non è appassito è la “Rosa” di Saakashvili in Georgia, anche se il presidente è ormai in posizione di debolezza, specie dopo la guerra provocata, e persa, nel 2008 contro la Russia in Ossezia del Sud: in patria molti non gli perdonano quell’ “avventurismo” in politica estera, che tra l’altro gli è costato anche una buona fetta di consenso presso le cancellerie occidentali.
Tre flop non da poco per gli USA, che nel giro di due mesi hanno perso preziosi alleati in Ucraina e Kirgyzstan (dove Mosca ha invece riacquistato credito), e rischiano seriamente di perdere anche la Georgia, se è vero che l’opposizione a Saakashvili si starebbe preparando ad uno “scenario kirgyzo” per protestare contro la politica autoritaria del presidente, che recentemente ha portato all’arresto di otto oppositori.
Le Rivoluzioni dei Fiori, dunque si sono rivelate un errore di cui Washington rischia di pagare salate conseguenze, frutto di una sbagliata percezione che ha visto in Jushenko il carsima di un Vaclav Havel, in Saakashvili un novello Lech Walesa, in Bakiev le competenze politiche di Tadeusz Mazowiecki. Ma quella era un’altra Storia, è proprio il caso di dirlo.

(Articolo pubblicato sul n.19 de Il Punto, 7-13 maggio 2010)

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