Firmato lo START 2, ma per Obama c’è l’esame-ratifica

Obama e Medvedev dopo la firma del Trattato START 2

Obama e Medvedev dopo la firma del Trattato START 2 (Fonte: RIA Novosti)

Barack Obama e Dmitrj Medvedev come John Kennedy e Nikita Krusciov, come Richard Nixon e Leonid Breznev, come Ronald Reagan e Michail Gorbaciov.
In una Praga blindata i presidenti di USA e Russia appongono la loro firma sul primo, importante trattato sul disarmo nucleare del terzo millennio, lo START 2, che impegna Washington e Mosca a ridurre a 1.500 il numero delle rispettive testate nucleari.
Un segnale di distensione tra la Casa Bianca ed il Cremlino, dunque, che giunge in un momento in cui USA e Russia sono divise sulla questione dello scudo spaziale americano in Europa Orientale, ma soprattutto un gesto di coraggio verso il “Club dell’Atomo” (come viene definito scherzosamente il gruppo di nazioni dotate di armi atomiche) che ha visto entrare recentemente un membro inquietante come la Nord Corea, a cui rischia di affiancarsi presto anche l’Iran degli ayatollah.

“Iniziamo un percorso comune, che dimostrerà i benefici della cooperazione tra Russia ed America per la sicurezza e la non proliferazione nucleare”, ha dichiarato Barack Obama a margine della cerimonia della firma.

Dmitrij Medvedev ha auspicato invece che i rispettivi organi nazionali preposti alla ratifica (la Duma in Russia ed il Senato negli USA, ndr) procedano in simultanea all’esame ed all’approvazione del Trattato, garantendo personalmente che Mosca non ritarderà il processo di ratifica.

I due presidenti durante la Conferenza stampa

I due presidenti durante la Conferenza stampa (Fonte: RIA Novosti)

Chi invece potrebbe incontrare problemi è Barack Obama: l’opposizione repubblicana non sembra essere particolarmente entusiasta dell’accordo, ed il rischio di una mancata ratifica a Washington è concreto.
I Repubblicani stanno infatti dipingendo negativamente l’accordo siglato a Praga: non a caso la Fox TV, notoriamente la “voce mediatica” del partito, ha parlato nei giorni scorsi di “un nuovo corso in politica estera che rischia di lasciare il Paese senza difesa”.
Quella della Fox altro non è che la posizione di molti senatori repubblicani, intenzionati ad ostacolare Barack Obama nella sua azione di risanamento dei rapporti diplomatici con Mosca, dopo gli anni di “gelo” della presidenza Bush.
Dopo il recente braccio di ferro sulla riforma sanitaria, il presidente USA rischia dunque un nuovo scontro al Senato, dove il suo Partito Democratico ha sì la maggioranza (59 seggi), ma che non è sufficiente alla ratifica dei trattati internazionali, per la quale occorrono i due terzi dei voti dell’Assemblea (67 voti).
In poche parole, Obama potrebbe spuntarla solo se otto senatori repubblicani votassero con i Democratici: ipotesi tuttavia possibile, dato che alcuni alti esponenti del Partito Repubblicano hanno dato il loro sostegno alla ratifica.

Alla fine, comunque, potrebbero essere molti di più i senatori repubblicani che decideranno di votare la ratifica dello START 2, anche per scrollarsi di dosso l’accusa, piovutagli addosso dopo la battaglia sulla riforma sanitaria, di essere diventati il “Partito del NO”, ed evitare così contraccolpi politici in vista delle elezioni di medio termine in autunno.

Barack Obama e Dmitrj Medvedev come John Kennedy e Nikita

Krusciov, come Richard Nixon e Leonid Breznev, come Ronald Reagan

e Michail Gorbaciov.
In una Praga blindata i presidenti di USA e Russia appongono la loro

firma sul primo, importante trattato sul disarmo nucleare del terzo

millennio, lo START 2, che impegna Washington e Mosca a ridurre a

1.500 il numero delle rispettive testate nucleari.
Un segnale di distensione tra la Casa Bianca ed il Cremlino, dunque,

che giunge in un momento in cui USA e Russia sono divise sulla

questione dello scudo spaziale americano in Europa Orientale, ma

soprattutto un gesto di coraggio verso il “Club dell’Atomo” (come viene

definito scherzosamente il gruppo di nazioni dotate di armi atomiche)

che ha visto entrare recentemente un membro inquietante come la

Nord Corea, a cui rischia di affiancarsi presto anche l’Iran degli

ayatollah.

“Iniziamo un percorso comune, che dimostrerà i benefici della

cooperazione tra Russia ed America per la sicurezza e la non

proliferazione nucleare”, ha dichiarato Barack Obama a margine della

cerimonia della firma.

Dmitrij Medvedev ha auspicato invece che i rispettivi organi nazionali

preposti alla ratifica (la Duma in Russia ed il Senato negli USA, ndr)

procedano in simultanea all’esame ed all’approvazione del Trattato,

garantendo personalmente che Mosca non ritarderà il processo di

ratifica.

Chi invece potrebbe incontrare problemi è Barack Obama:

l’opposizione repubblicana non sembra essere particolarmente

entusiasta dell’accordo, ed il rischio di una mancata ratifica a

Washington è concreto.
I Repubblicani stanno infatti dipingendo negativamente l’accordo

siglato a Praga: non a caso la Fox TV, notoriamente la “voce

mediatica” del partito, ha parlato nei giorni scorsi di “un nuovo corso

in politica estera che rischia di lasciare il Paese senza difesa”.
Quella della Fox altro non è che la posizione di molti senatori

repubblicani, intenzionati ad ostacolare Barack Obama nella sua

azione di risanamento dei rapporti diplomatici con Mosca, dopo gli

anni di “gelo” della presidenza Bush jr.
Dopo il recente braccio di ferro sulla riforma sanitaria, il presidente

USA rischia dunque un nuovo scontro al Senato, dove il suo Partito

Democratico ha sì la maggioranza (59 seggi), ma che non è sufficiente

alla ratifica dei trattati internazionali, per la quale occorrono i due

terzi dei voti dell’Assemblea (67 voti).
In poche parole, Obama potrebbe spuntarla solo se otto senatori

repubblicani votassero con i Democratici: ipotesi tuttavia possibile,

dato che alcuni alti esponenti del Partito Repubblicano hanno dato il

loro sostegno alla ratifica.

Alla fine, comunque, potrebbero essere molti di più i senatori

repubblicani che decideranno di votare la ratifica dello START 2,

anche per scrollarsi di dosso l’accusa, piovutagli addosso dopo la

battaglia sulla riforma sanitaria, di essere diventati il “Partito del NO”,

ed evitare così contraccolpi politici in vista delle elezioni di medio

termine in autunno.

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