1956: quando la Georgia insorse contro l’URSS

L’immagine del comunismo che l’URSS volle dare al mondo durante gli anni della Guerra Fredda fu quella di un blocco monolitico, tenuto ben saldo dalla disciplina di Partito, la cosiddetta partijnost’, e dal capillare apparato di controllo del KGB e dei servizi segreti suoi alleati.
Tuttavia ci furono occasioni in cui questa immagine sfigurò in modo non indifferente, se si pensa alle crisi esplose in Germania Est (1953), in Ungheria (1956), in Cecoslovacchia (1968) ed in Polonia (1980): eventi che fu impossibile nascondere al mondo, che anzi ebbero riflessi sulle relazioni internazionali e nell’ambito dello stesso Patto di Varsavia.

Ciò che invece il mondo non ha mai saputo è che la stessa URSS, nel 1956, dovette affrontare una grave crisi all’interno dei propri confini: un evento rimasto nascosto per decenni nei sotterranei della Lubjanka (la sede dei servizi segreti), e di cui si è avuta notizia solo alla fine degli anni Novanta.
Stiamo parlando della rivolta scoppiata in Georgia nel marzo 1956 che, fu inizialmente sottovalutata dalle autorità locali e sfociò invece in una vera e propria sommossa per l’indipendenza di Tbilisi da Mosca.

Tutto era cominciato nel febbraio dello stesso anno, quando Nikita Kruscëv,  Segretario Generale del Partito Comunista, durante i lavori del XX Congresso, aveva denunciato i crimini commessi da Stalin durante i suoi trent’anni di potere: una rivelazione che se aveva scosso l’intero mondo comunista, in Georgia, dove Stalin era nato, aveva scatenato un ondata di rabbia e indignazione.
Per i georgiani Stalin era un motivo d’orgoglio, anche se questi non aveva mai dato prova di un grande amore per la sua terra, che fu vittima del “terrore” non meno delle altre repubbliche sovietiche: nonostante ciò, tra i georgiani la fedeltà ai principi staliniani era rimasta ben salda, non tanto per questioni ideologiche quanto per un mero orgoglio nazionalista.

Josif Stalin

Josif Stalin

Il 5 marzo 1956, a Tbilisi una commemorazione del terzo anniversario della morte di Stalin si trasformò ben presto in una vera e propria rivolta nei confronti del potere sovietico, reo di aver demolito il mito del Grande Capo . Dapprima scesero in piazza gli studenti, poi a loro si unirono altri strati della popolazione con slogan pro Stalin e ritratti del defunto leader. La protesta iniziò a dilagare anche al di fuori della capitale, con scontri e barricate che venivano innalzate in più città della repubblica. Il 10 marzo, al quinto giorno di rivolta, la polizia, che fino ad non era intervenuta, ricevette l’ordine di reprimere i rivoltosi e fu il massacro: decine di persone uccise, centinaia ferite, molte arrestate e successivamente condannate a morte.

Ma quella in Georgia fu solo una rivolta spinta dal nazionalismo oppure erano presenti motivi politici, che in qualche misura si collegavano al processo di destalinizzazione avviato da Kruscëv appena dieci giorni prima? I georgiani che scesero in piazza al grido di “Via i russi!” e “Viva Stalin!” e che urlarono “Traditore” a Kruscëv, furono mossi solo dall’assoluta fedeltà a Stalin? Come si spiega il fatto che il 9 marzo iniziarono a circolare volantini inneggianti alla secessione della Georgia dall’URSS? Come fu possibile, in appena quattro giorni, passare dalla difesa del nome di Stalin, come simbolo dell’Unione Sovietica, alle lusinghe separatiste?

Nikita Kruscev

Nikita Kruscëv

L’ipotesi più plausibile è che il nazionalismo georgiano fu solo una copertura per una resa dei conti all’interno del Partito Comunita dell’Unione Sovietica, allora spaccato tra una frangia stalinista ed un gruppo dirigente riformista, legato al Segretario Kruscëv: dietro la difesa di Stalin, dietro il tentativo di bloccare sul nascere il processo di destalinizzazione c’era probabilmente la lotta per il potere tra Kruscëv, l’ex primo ministro Malenkov e l’ex ministro degli Esteri Molotov, invocato a gran voce dai rivoltosi georgiani come nuovo leader dell’Unione Sovietica.

Kruscëv fino a quel momento aveva goduto di un forte consenso popolare, che l’attacco al mito di Stalin rischiava però di indebolire: se la sommossa, addebitabile alle sue dichiarazioni al Congresso del Partito, si fosse allargata ad altre repubbliche, ciò avrebbe potuto stroncargli la carriera. Ad essere stroncata però fu la rivolta, che il giorno 11 marzo poteva essere considerata ormai domata.

Come accaduto spesso in epoca sovietica, anche sui gravi scontri avvenuti nella repubblica caucasica fu posto il più rigido segreto: nessuno, né in patria nè tantomeno all’estero, doveva saperne nulla. Le prime voci che parlavano di una sommossa in corso furono subito smentite dalle autorità moscovite, che solo in seguito ammisero qualche “incidente”, senza tuttavia prese di posizioni ufficiali, specie sulla natura politica degli scontri.
Ci sono voluti quarant’anni perchè quegli eventi del 1956 fossero restituiti alla Storia.

Annunci

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...