A Kiev va in scena la rissa elettorale

Clima infuocato a Kiev a pochi giorni dal primo turno delle elezioni presidenziali, in agenda domenica 17, dal cui esito dipendono sia il futuro politico dell’Ucraina, sia le relazioni diplomatiche tra la NATO e la Russia. La strategia della delegittimazione coinvolge ormai tutti e tre i candidati, il Presidente uscente Viktor Juschenko, il Primo Ministro Julija Timoshenko e l’ex premier e leader del principale schieramento d’opposizione, Viktor Janukovic, che non perdono occasione per rinfacciarsi accuse di brogli, corruzione e autoritarismo. La prima ad alzare il tono dello scontro, peraltro già elevato di suo, è stata il premier Timoshenko che, durante un’intervista in TV sabato scorso, ha paventato possibili brogli da parte dei sostenitori di Yanukovic (dato per favorito dai sondaggi) e si è detta pronta a portare gli esiti delle urne dinanzi alla Corte Suprema del Paese, se i suoi timori si dovessero rivelare fondati. Non si è fatta attendere la risposta di Janukovic, che per domenica sera ha preannunciato imponenti manifestazioni di piazza da parte dei militanti del suo partito, allo scopo di “proteggere” il risultato delle urne.

Janukovic ha poi escluso categoricamente la sua partecipazione ad un faccia a faccia in TV con la Timoshenko, definendo i vari dibattiti televisivi come un “campionato di bugie”, riferendosi in particolare alle accuse di corruzione mossegli dalla Timoshenko durante la campagna elettorale.  Un rifiuto che evidentemente non è stato gradito dal premier, che non ha esitato a definire il suo avversario “codardo”.

La Timoshenko è a sua volta finita sotto attacco del Presidente Juschenko, per via del suo recente riavvicinamento con il Cremlino, che secondo Juschenko avrebbe origine nelle grane giudiziarie tra la Timoshenko e la magistratura russa.

Durante la conferenza stampa tenuta il 12 gennaio, Juschenko ha ricostruito, carte alla mano, la vicenda giudiziaria che nel 1996 portò Julija Timoshenko, allora presidente della United Energy Systems (azienda energetica del settore gas), ad essere condannata dalla magistratura moscovita per un giro di tangenti volte ad accaparrarsi l’appalto per la fornitura di gas all’esercito russo. Condanna che aveva portato, nei primi anni 2000, anche all’emissione di un mandato di cattura internazionale per la Timoshenko, che tuttavia non fu mai posto in atto.

Juschenko ha dichiarato di avere prove che l’arresto ebbe mai luogo poichè la Timoshenko, nel 2005, si sarebbe recata in segreto a Mosca da Putin, allo scopo di insabbiare l’imbarazzante controversia.
In cambio, tuttavia, Putin avrebbe preteso dalla Timoshenko un cambio di approccio nelle relazioni tra i due Paesi: secondo Juschenko, il materiale sulle tangenti in mano ai Russi sarebbe molto compromettente per la Timoshenko, tanto che Mosca se ne avvarrebbe per manovrare il premier ucraino in base alle proprie esigenze, come pare sia accaduto per l’accordo sulla fornitura di gas russo all’Ucraina firmato dalla Timoshenko, che di fatto obbliga Kiev ad acquistare il gas a prezzi molto più elevati rispetto al passato.

Sulla base di ciò, il Presidente ha evidenziato quali rischi corre il Paese ad affidarsi ad un candidato le cui sorti politiche tanto dipendendono dal Cremlino.

Dunque, uno scandalo giudiziario che rischia di affondare la carriera politica della Timoshenko, anche se, va ricordato, l’avvicinamento a Mosca potrebbe portarle consensi da parte della cospicua minoranza russofona,  storicamente vicina a Janukovic.

Ma per la Timoshenko i guai non sono finiti. In un editoriale che l’autorevole Financial Times ha dedicato lunedì 11 alle elezioni in Ucraina, Janukovic viene definito “male minore” rispetto alla sua rivale, in quanto, a differenza di quest’ultima, viene giudicato in grado di garantire quella stabilità necessaria a dar vita a riforme di cui il Paese non può più fare a meno.

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